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Iniziata il 05 ottobre 2021
Il giorno dopo le elezioni amministrative è tempo di bilanci. Sommari, attenzione. Perché chi si illude di trarre conclusioni definitive su una tornata di comunali dimostra di non conoscere la politica e le sue dinamiche. E allora quali sono le 5 lezioni che possiamo trarre da queste elezioni?
Giuseppe Conte – anzi, Rocco Casalino – ha fatto un’operazione magistrale con i suoi social all’epoca della presidenza del Consiglio. Le dirette in cui l’ex premier dettava agli italiani le indicazioni sui “congiunti” e sugli “affetti stabili” da frequentare durante la pandemia avvenivano non su un canale istituzionale, ma sul suo profilo Facebook. Tradotto: milioni di italiani ha messo “like” alla sua pagina. Ciò significa che ancora oggi per ogni post che Conte continua a pubblicare sui social la sua platea è così ampia da garantirgli migliaia e migliaia di “mi piace”. Dico di più: Conte è ormai un volto noto, è un personaggio televisivo, prim’ancora che un politico. Per questo quando viene nella tua città vuoi conoscerlo, vederlo dal vivo, scattare un selfie insieme a lui, dirgli “quanto sei bono“. Poi però quando si tratta di politica la musica cambia: perché un conto è un personaggio televisivo, un altro è un politico da cui ti faresti governare. Le amministrative ci dicono che M5s ha perso voti ovunque, non è decisivo da nessuna parte. Conte ha i like, non ha i voti.
Vero, Michetti a Roma è primo e si giocherà al ballottaggio la vittoria (da sfavorito) con Gualtieri. Ma il dato delle amministrative è ancora una volta chiaro, come potremo capire meglio fra meno di due settimane: il centrodestra a guida sovranista non esiste, è un progetto fallito, abortito sul nascere dagli elettori. Non è un caso che l’unica vittoria netta del centrodestra sia quella arrivata in Calabria con Roberto Occhiuto, candidato di Forza Italia. Il centrodestra vince solo se è moderato. E come ha detto lucidamente Enrico Letta nella sua analisi: vince solo se è federato, non se è un insieme di sigle. Salvini e Meloni sono dei solisti, e come tali verranno isolati dagli elettori come accade da decenni ai Le Pen in Francia. Berlusconi è un federatore. Anziano, ma un federatore.
Il centrosinistra è il chiaro vincitore di queste Amministrative 2021: l’errore più grande che può commettere Enrico Letta, però, è pensare che questo voto rispecchi la situazione in tutto il Paese. Il Pd è più forte nelle grandi città. E nelle grandi città in cui si è votato il Pd ha confermato le aspettative. Adesso il segretario del Pd ha la grande occasione per mettere all’angolo i populisti grillini. Può decidere di non rompere, perché ogni voto porta acqua al mulino della sua coalizione, ma il voto delle Comunali consente a Letta di smettere l’atteggiamento di sudditanza nei confronti di Conte. Il punto fortissimo di riferimento dei progressisti deve diventare Letta. A chi scrive resta qualche dubbio sulla capacità del segretario dem di farcela. Pronto ad essere smentito.
Carlo Calenda ha combattuto con onore e perso con dignità. Il terzo/quarto posto è una questione di principio: finire davanti a Virginia Raggi sarebbe una soddisfazione non da pocom ma la sostanza non cambia. Ed è contenuta in due punti: primo, non diventerà sindaco; secondo, ha ottenuto il 20%, oltre 200mila voti nella Capitale d’Italia senza l’appoggio dei partiti. Dire che questo risultato è la base per aprire una fase nazionale può sembrare fuorviante: “Azione” non ha questi numeri nel Paese. Ma Calenda se riesce a resistere all’umana tentazione di trastullarsi nel sentimento della delusione può davvero dare inizio ad una scalata dei centristi. Renzi, Berlusconi, Calenda, Sala: chi non vuole morire sovranista o populista deve dare un segnale. Questo è il momento.
Ciò che fino a pochi mesi fa appariva impossibile è successo: sovranisti e populisti escono con le ossa rotte da questa tornata elettorale. Il merito principale va a Mario Draghi: il premier accusato di essere un tecnico sprovvisto di abilità politica ha giocato di fioretto per impartire lezoni di buongoverno ai protagonisti della stagione precedente, Conte e Salvini in primis, condannandoli all’irrilevanza. I populisti con Draghi sono marginalizzati, non toccano palla perché sono inibiti dall’autorevolezza del presidente del Consiglio. Voglio chiudere quest’analisi con una provocazione: è vero che la bassa affluenza è un problema, un campanello d’allarme per il funzionamento della nostra democrazia. Ma, chiedo, non sarà anche che la gente è rimasta a casa perché ha capito che per le cose serie basta e avanza Draghi?
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