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Iniziata il 27 ottobre 2021
La luna di miele è finita. Questo Mario Draghi lo ha capito da un po’. Ma la differenza con gran parte dei suoi predecessori è proprio questa: non teme di essere impopolare, non ha in progetto una discesa in politica. La fa, la politica, e si vede.
Così quando incontra i sindacati nella Sala Verde di Palazzo Chigi non ha paura di difendere ciò che ritiene un dogma: non fare spese folli e ingiustificate, tali da compromettere il futuro delle prossime generazioni. Soltanto poche ore prima, intervenendo ad un liceo di Bari, aveva pronunciato in questo senso parole nette, rivolgendosi ai suoi giovani interlocutori: “Con voi prendo un impegno: dopo anni in cui l’Italia si è dimenticata di voi, le vostre aspirazioni e attese sono al centro dell’azione di governo“. Questo significa sbarrare la strada a richieste fuori dal tempo sul tema delle pensioni, non compromettere le casse dello Stato. Perché assecondare i desiderata dei sindacati oggi significa riportare il Paese sull’orlo del precipizio domani.
Landini, Sbarra e Bombardieri restano spiazzati. Di trattative nel corso della loro carriera ne hanno fatte. Ma questa di fatto non può essere neanche definita tale, perché il governo ha deciso di andare avanti comunque. E non significa, come qualcuno ha già scritto e scriverà ancora, che il metodo Draghi consiste nell’essere un despota che ignora le parti sociali. No, piuttosto equivale a rifiutare il metodo della concertazione, della ricerca preventiva del consenso dei sindacati su temi di competenza della politica.
Il premier in questo senso è fin troppo garbato. Ascolta a lungo le osservazioni e le rimostranze dei suoi interlocutori. Li fa parlare, prendendo appunti di tanto in tanto com’è solito fare. Ma quando è chiaro a tutti che sulle pensioni e sull’intera manovra le divergenze sono tali da non poter essere ricomposte, i sindacati lasciano sospesa a mezz’aria la promessa di uno sciopero generale. E’ il momento in cui Draghi comprende di trovarsi dinanzi ad un ricatto. Ed è anche quello in cui si rende conto che i sindacalisti non lo conoscono. Non sanno che non sarà una minaccia a smuoverlo dal perseguire la linea che ritiene migliore per l’Italia. Eppure quanto accaduto coi portuali di Trieste qualcosa avrebbe dovuto insegnare. Peccato.
Mario Draghi allora fa per alzarsi. Non prima di aver ribadito: “Indietro non si torna“. E il riferimento è al tempo in cui le pensioni rappresentavano la maggiore fonte di squilibrio dei conti pubblici. Il premier informa i presenti di dover andar via per un impegno istituzionale improrogabile e fissato da tempo. Lascia ai ministri Brunetta e Orlando l’onere di proseguire una discussione che ha già bollato come sterile. Cala il gelo.
Mentre scende le scale i rimasti nella Sala Verde si osservano vicendevolmente, i sindacalisti come avessero appena ricevuto un pugno in pieno volto, storditi. E quella frase rimbomba ancora: “Indietro non si torna“.
Questa diretta è terminata.
A breve il primo aggiornamento.