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Iniziata il 22 dicembre 2021
Valerio Casini è reduce da un bagno di voti alle ultime Comunali a Roma. Precisamente 3518 preferenze, risultato di un’esperienza politica che ha preso le mosse nel 2013 e in cui si è occupato – in particolare da assessore alle Attività Produttive del Municipio II – semplicemente di “risolvere i problemi dei cittadini”.
Ricetta apparentemente scontata, se non fosse che il protagonista di questa intervista ha solo 33 anni e fra meno di un mese (si vota il 16 gennaio) si cimenterà in una sfida che avrebbe fatto tremare diversi polsi (non i suoi): le elezioni suppletive per il collegio di Roma 1 alla Camera, da candidato di Italia Viva. La prima domanda, allora, non può che essere tesa ad inquadrarlo meglio.
D. Valerio Casini, nonostante la sua giovane età Lei è stato il più votato della lista più votata: come si prendono così tanti voti a Roma?
C. Noi abbiamo dimostrato che uno non vale uno. Dove c’è un buon programma, dei contenuti, l’esperienza e soprattutto una buona amministrazione è possibile immaginare una politica diversa, da contrapporre alla politica dei like e degli slogan. C’è un aspetto personale che si unisce a quello di una comunità: quella di un partito come Italia Viva che qui a Roma ha dato massima espressione di sé con il risultato di Francesca Leoncini, arrivata seconda nella Lista Calenda. C’è stato un lavoro di squadra: il risultato di un’area centrale e riformista che sta credendo in questo progetto.
D. Lei ha parlato di Roma come “laboratorio politico da qui ai prossimi anni”. Mi spiega la sua visione?
C. La visione si sposa con l’agenda Draghi, con quello che è stato fatto un anno fa, grazie a Italia Viva e a Matteo Renzi, per mandare a casa Conte e Casalino. Noi siamo già in quest’area, soprattutto qui a Roma. Il consenso largo che c’è stato in questo caso con la lista Calenda Sindaco – che ha ottenuto in questo collegio più del 30% dei voti dei romani – esiste già. E si contrappone ad un Pd schiacciato sul Movimento 5 Stelle e al centrodestra unito, che presenta una candidatura della Lega.
D. Ecco, a proposito del Pd. La proposta di cedere a Conte il seggio di Gualtieri è solo l’ultimo sintomo di una sindrome di Stoccolma a mio avviso sempre più acclarata nei confronti del M5s. Come si spiega l’atteggiamento del Pd, romano e nazionale?
C. Come direbbe Luciano Nobili c’è stato veramente un accanimento terapeutico. Avanzare una proposta di candidatura in un collegio dove il Movimento 5 Stelle ha preso il 5%, dove i cittadini romani hanno bocciato la Raggi, significa fare accanimento terapeutico. E’ stata una follia. Peraltro noi eravamo disposti a trovare un candidato comune: noi stessi in passato abbiamo sostenuto Gualtieri alle ultime suppletive. E’ il Pd che ha chiuso le porte a Italia Viva e a quest’area. E lo ha fatto nel peggiore dei modi, individuando una candidatura che – con tutto il rispetto della persona (Cecilia D’Elia, ndr) – è la seconda/terza scelta.
D. Invece la sua candidatura a chi parla? Chi negli anni scorsi in questo collegio ha votato Gentiloni o Gualtieri secondo Lei dovrebbe vederla come candidato in linea con quelle esperienze?
C. Una parte di quel mondo mi conosce. Sa come ho lavorato per gli elettori, come sto lavorando in Assemblea Capitolina. Da una parte si troverà una candidata ferma, immobile, senza una visione della politica riformista come la nostra. L’elettore che ha creduto negli anni del governo Renzi in quel progetto, e adesso sposa l’agenda Draghi, sono convinto non avrà difficoltà a scegliere.
D. Questo discorso vale, specularmente, anche per i moderati di centrodestra?
C. Assolutamente sì. Qui il centrodestra sommato ha preso il 23%, la Lega il 5. Non credo si rispecchieranno nella candidatura del Carroccio.
D. Carlo Calenda ha annunciato che voterà per Lei. Eppure ha precisato: “Come Azione staremo un metro indietro”. C’è margine per ottenere un impegno più convinto, che coinvolga anche Azione?
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