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Iniziata il 15 gennaio 2022
Non è esercizio sterile valutare le reazioni della politica italiana alla possibile candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Al contrario: è ben più interessante osservare quel che accade nel campo avverso, piuttosto che nel centrodestra. Perché è un evento a suo modo storico come quello ipotizzato – ipotizzato, sì, poiché il Cavaliere deve ancora sciogliere la sua riserva – a fornire indicazioni sullo stile degli attori in campo, ben più di tante parole vuote fin qui ascoltate.

Matteo Renzi si è confermato ancora una volta il leader politico più lucido. Non ha opposto a Berlusconi un sonoro “no”, ha mantenuto il rispetto isituzionale verso la sua figura, ma ha chiaramente lasciato intendere che Italia Viva non assicurerà i propri voti al Cavaliere. Legittimo. Renzi ha finora respinto le tentazioni populiste abbracciate dai suoi “colleghi”: quella di ritirarsi sull’Aventino proposta da Letta, e quella di bombardare Berlusconi a mezzo social praticata da Conte. In questa discussione sul Quirinale, tra le tante analisi politiche di queste settimane, ho sempre letto qualcuno insinuare che Renzi nel segreto dell’urna farà votare Berlusconi. Ma non ho letto nessuno scrivere che se Berlusconi non diventerà presidente della Repubblica sarà proprio per Matteo Renzi. Con i 40 voti di Italia Viva l’uomo di Arcore sarebbe già al Colle, complice lo scouting – reale, meno improvvisato di quanto qualcuno sta suggerendo in questi giorni – avviato dai “berluscones” da mesi. La disponibilità a votare un nome di centrodestra è – per Renzi – un tributo pagato all’unico atteggiamento utile quando c’è da confrontarsi con le dinamiche parlamentari: il realismo. Non so dire se sia anche il passo che porta Renzi fuori dall’alveo del centrosinistra. Questo sarà il tempo a farcelo scoprire…

Enrico Letta in direzione Pd ha dimostrato una volta di più tutti i limiti della sua leadership. Il passaggio chiave è stato quello in cui il segretario ha pronunciato questa frase: “Non c’è nessun diritto di precedenza che il centrodestra oggi ha o può vantare nell’indicare il presidente della Repubblica“. Nella vita tutto è discutibile, ma su questo blog non risulta ancora che la matematica sia diventata un’opinione. Il segretario dem ha già dimostrato di avere qualche problema ad afferrare questo concetto qualche mese fa, scegliendo di andare alla conta in Senato e facendo affossare il ddl Zan. Oggi è chiaro a tutti, perfino a Conte, che è il centrodestra ad avere l’onore e l’onere della proposta in ragione dei suoi 451 grandi elettori. Negare l’evidenza non servirà a cambiare la situazione, ma è utile a comprendere lo stile di Enrico Letta. Parliamo di una figura che è parte dell’establishment a pieno titolo – e non a caso ha intercettato la preoccupazione che si respira a livello internazionale per il futuro di Mario Draghi – ma che spesso e volentieri fatica a passare dalla teoria alla pratica. Ignorare che al centrodestra spetti la prima mossa, fingere che la candidatura di Berlusconi non sia sul tavolo, può paradossalmente rafforzare le ambizioni del Cavaliere. Letta ha dieci giorni per svegliarsi, per fare qualcosa che non sia semplicemente dire “Berlusconi è divisivo”. Ad un certo punto arriverà il momento di entrare in Aula: Letta lo ha un piano? Allo stato attuale non risulta.
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