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Iniziata il 18 febbraio 2022
L’aggettivo, va detto, applicato alla politica non evoca piacevoli ricordi. Eppure nessuno con un minimo di senno può pensare di paragonare l’infausta previsione di Giuseppe Conte, il suo “2019? Sarà un anno bellissimo“, con la battuta fatta oggi da Mario Draghi in conferenza stampa: “Avete visto che bravi ministri che ho? È un bellissimo governo“.
La verità è un’altra: Draghi usa l’ironia (dice chi lo conosce bene che l’uscita odierna è in perfetto “Draghi style“) per celare la grande ansia di chi è abituato a governare la realtà, di chi è consapevole che i prossimi mesi disegneranno la parabola del Paese nei prossimi anni.
Avete notato? Sono quasi del tutto sparite dai radar le domande dei giornalisti sull’andamento della pandemia. E anche i quesiti sul PNRR sono sempre meno. Attenzione: una pandemia ancora in pieno svolgimento e la mole di investimenti più importante dai tempi del Piano Marshall, oggi, vengono dopo. Cosa sta succedendo? Da questa domanda deve muovere la riflessione di chi ha intenzione di analizzare da dove derivi il nervosismo con cui ieri il premier ha affrontato i partiti.
Il richiamo al “mandato che ci ha assegnato il presidente Mattarella” è, da parte di Draghi, un’indicazione chiara del fatto che l’Italia dall’emergenza non può dirsi fuori. E questo non perché il governo abbia fatto male il suo compito, ma perché la realtà è così complessa da aver posto sul proprio cammino una situazione che rischia di mandare a carte quarantotto molti dei piani che l’esecutivo aveva redatto nei mesi scorsi.
Parliamoci chiaro: partiti che trascorrono le ultime ore a litigare in commissione su come cambiare questa o quell’altra norma del decreto Milleproroghe non sono partiti degni di questo nome.
Gente, c’è il rumore dei cannoni, ai confini d’Europa. E per noi lo spettro di uno shock geopolitico che potrebbe avere un costo energetico ed economico altissimo. Dunque, se i partiti, i loro leader, non se ne accorgono, se vogliono dar vita ad un anno di campagna elettorale permanente, beh, per Draghi è un problema.
Fateci caso: per la prima volta da quando è premier, Super Mario davanti ai giornalisti non si è impegnato a smentire la propria irritazione nei confronti degli esponenti della sua maggioranza. Certo, come ogni leader deve fare, davanti alle telecamere, ha fatto scudo ai suoi, li ha protetti dall’assalto frontale, e ha precisato che “le cose che ho detto le ho dette col massimo rispetto dei partiti“. Gli ha persino concesso un cambio di metodo, assicurando che “se necessario rivedremo certe forme di confronto“, ma una volta di più ha chiarito che “la barra del timone resta dritta“. Saldamente tra le sue mani, è la traduzione.
Quello di Draghi è insomma un “serrate le file“, ora che l’opinione pubblica ha contezza soltanto degli spifferi che arrivano dall’esterno. Un video di qualche carrarmato durante un’esercitazione, Biden che parla alla nazione come mille altre volte ha fatto, Putin di cui la maggior parte degli italiani non ha mai neanche sentito la voce. Ma è lì, oltre la spessa cortina della sempre ritardata percezione italica, che si colloca l’angoscia di mesi durissimi alle porte.
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