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Iniziata il 25 aprile 2022
Per avere contezza della maturità di un leader politico bisogna osservarne l’atteggiamento e le mosse nei momenti immediatamente successivi ad una grande vittoria. Emmanuel Macron non ha ceduto alla sbornia di una vittoria elettorale storica. Unirsi all’esclusivo club dei presidenti che hanno ottenuto un doppio mandato – de Gaulle, Mitterrand, Chirac – non è impresa che capita tutti i giorni. Eppure il presidente “arrogante“, com’è stato molte volte dipinto anche in questa campagna elettorale, non ha ceduto alla tentazione di esaltarsi.
Nel suo discorso della vittoria le parole probabilmente più importanti sono state queste:
“Questa nuova era non sarà la continuità del quinquennio che sta finendo“.
Ecco, Macron è consapevole che la sua vittoria non è figlia di un plebiscito. Ha vinto perché milioni di francesi ne hanno riconosciuto il valore. Ma allo stesso tempo perché altri milioni si sono turati il naso pur di sbarrare la strada a Marine Le Pen.
Così si arriva alla domanda delle domande: cosa succederà ora?
Jean-Luc Mélenchon ha chiarito da giorni di aver cambiato obiettivo. Se i suoi tanti voti non gli hanno consentito di diventare presidente della Repubblica, allora i francesi facciano in modo almeno di portarlo a diventare quanto meno primo ministro. Il chiaro riferimento è a quello che il leader della “France Insoumise” ha ribattezzato “terzo round” delle presidenziali: le elezioni legislative del 12 e 19 giugno.
Il traguardo di Macron è chiaro: evitare il verificarsi dell’istituto che in Francia viene chiamato “cohabitation“, un leader dell’Eliseo a cui si affianca una maggioranza parlamentare di altro segno, rendendo quanto mai complessa la sua attività di governo. La storia dice che questa non è un’eventualità frequente. I presidenti godono solitamente di una “luna di miele” con l’elettorato, che consente loro di garantirsi cinque anni di relativa tranquillità. L’ultima coabitazione della V Repubblica è avvenuta tra il 1997 e 2002: tra il presidente neogollista Jacques Chirac e il primo ministro socialista Lionel Jospin.
L’incubo di Macron è quello che può portare ad una convivenza forzata con Mélenchon. Scenario complesso, per quanto quest’ultimo stia già tentando di convogliare attorno alla sua figura tutto il mondo della sinistra. Mélenchon è infatti consapevole che il sistema elettorale delle legislative francesi – uninominale maggioritario a doppio turno – favorisce le coalizioni e comunque la capacità di stabilire delle alleanze tra primo turno e ballottaggio (che avviene a distanza di una settimana e non di due, come invece accade per le presidenziali). Ecco spiegato perché nel 2017 il Front National di Marine Le Pen, pur arrivando in testa al primo turno delle elezioni presidenziali in 216 circoscrizioni, è riuscito ad a eleggere solo 9 deputati.
I seggi in palio sono 577 per altrettanti collegi uninominali. Vengono eletti al primo turno i deputati che ottengono la maggioranza assoluta dei voti o un numero di voti almeno pari al 25% degli elettori iscritti. Qualora queste condizioni non si verifichino, si va al ballottaggio, al quale hanno accesso tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5%. Se nessuno ha raggiunto tale soglia, passano i primi due classificati. A vincere il seggio al ballottaggio è il candidato che prende più voti. Curiosità: in caso di parità è eletto il candidato più anziano.
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