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Iniziata il 02 giugno 2022
Per comprendere l’ultimo ricatto di Viktor Orban all’Unione Europea bisogna partire dalle basi. Ufficialmente l’ambasciatore ungherese che ha posto il veto sull’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia deliberato dal Consiglio Europeo lo ha fatto chiedendo l’esclusione dalla lista degli individui sanzionati del patriarca Kirill.

Tutti i 27 partecipanti alla riunione straordinaria del 30 e 31 maggio erano perfettamente consapevoli della presenza nella lista nera della massima autorità della Chiesa ortodossa russa, incluso Orban. E nessuno, durante il vertice, aveva sollevato obiezioni su questo punto, neanche Orban.
Perché allora questo dietrofront?
Il segreto di Pulcinella svelato da fonti diplomatiche è il seguente: Budapest intende mettere nuovamente in discussione l’intero pacchetto di sanzioni, così da strappare ulteriori concessioni rispetto a quelle già avallate dagli altri Stati membri sul petrolio.

L’embargo parziale del petrolio russo concordato (o almeno così sembrava) dal Consiglio Europeo investiva infatti il 90% delle importazioni da Mosca, quelle marittime. L’intesa prevedeva che ad Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – Paesi senza sbocco sul mare e fortemente dipendenti da Mosca – fosse consentito di continuare a rifornirsi tramite la rotta meridionale dell’oleodotto Druzhba; mentre Germania e Polonia si sono impegnate a non attingere ai flussi passanti dalla porzione settentrionale dell’oleodotto dell’Amicizia (pensate un po’ che nome, di questi tempi), a partire dalla fine dell’anno.
Letta così, si potrebbe pensare: cosa vuole ancora l’Ungheria? Qui occorre fare un’altra premessa: il petrolio greggio (o grezzo, per rendere meglio l’idea) non è tutto uguale. La sua qualità dipende dalle caratteristiche chimiche della miscela di idrocarburi che lo compongono.

Se ad esempio un tipo di petrolio presenta una quantità di zolfo inferiore allo 0,5% viene definito “dolce”, se supera questa soglia si dice “acido”. E ancora: a seconda del suo peso specifico, si parla di petrolio leggero o pesante. Le caratteristiche del greggio sono determinanti nella scelta di acquisto da parte degli Stati, visto che il petrolio “grezzo” va appunto lavorato per essere trasformato in diesel, benzina ecc..
All’inizio della trattativa in seno al Consiglio, ad esempio, il governo slovacco ha affermato che Slovnaft, l’unica raffineria del paese, è in grado di lavorare soltanto con un tipo pesante di petrolio russo e che la riconversione dello stabilimento avrebbe impiegato all’incirca cinque anni ed un investimento di 250 milioni di euro. Argomenti simili erano stati utilizzati dall’Ungheria, che aveva messo sul piatto una richiesta da 550 milioni di euro per adattare le sue raffinerie.
Sì, direte voi: ma l’accordo alla fine non era stato trovato? Certo, ma qui si arriva al segreto di Pulcinella di cui parlavamo ad inizio articolo. Sembra infatti che l’Ungheria abbia intenzione di ottenere un altro tipo di deroga. Non solo quella di ricevere l’oro nero di Mosca tramite oleodotto, ma anche la possibilità di rivendere in altri Paesi il petrolio lavorato nelle sue raffinerie. A dire il vero la Repubblica Ceca è riuscita a strappare un’esenzione che durerà per un anno e mezzo in cui potrà continuare a farlo. Per l’Ungheria ad oggi questo meccanismo non è previsto, ma il sospetto è che Orban voglia per Budapest una deroga simile, e che duri addirittura 3 anni.

Perché gli altri Paesi potrebbero non essere d’accordo? E cosa si farà per uscire dallo stallo?
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