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Iniziata il 06 giugno 2022
Boris Johnson è l’uomo che non ha mai perso un’elezione. Due volte sindaco di Londra, la scommessa vincente sulla Brexit, la conquista della leadership Tory, l’incoronazione a primo ministro nel 2019. Chissà se questa sera riuscirà a mantenere intatta questa patina di imbattibilità.

Non che abbia molta scelta. Sir Graham Brady presidente del Comitato 1922, il gruppo parlamentare del Partito Conservatore alla Camera dei Comuni, o ancora più nello specifico l’organismo interno che incarna e rappresenta la “base” parlamentare Tory trasferendo le sue opinioni al primo ministro, ha annunciato oggi che la soglia del 15% dei parlamentari necessaria a richiedere il voto di sfiducia contro il proprio leader è stata raggiunta.

Soltanto Brady è a conoscenza del numero esatto di lettere di sfiducia recapitate al suo ufficio. C’è chi gliele ha consegnate personalmente, chi ha affidato la pratica ad un collega, chi si è limitato ad inviarla via mail. Fatto sta che almeno 54 parlamentari conservatori su 359 ad oggi vogliono la testa di BoJo.

Quanti congiurati in questa foto?

Brady ha comunicato alla stampa l’avvio della procedura di sfiducia questa mattina, ma il primo ministro è stato informato ieri sera. La votazione avrà luogo questa sera, fra le 19 e le 21 italiane, a scrutinio segreto, con ogni probabilità al primo piano del palazzo di Westminster, nella stessa stanza, la numero 14, in cui il Comitato si riunisce periodicamente.

Tempi rapidissimi, per la celebrazione del voto. Con ogni probabilità su espressa richiesta di Downing Street, nella convinzione che concedere più tempo alla fronda significherebbe consentirle di allargare il proprio consenso. Meglio allora togliersi il dente subito, chiudere gli occhi, incrociare le dita.

Il “magic number” da raggiungere per Boris Johnson è 180. Al primo ministro occorre infatti il 50% più uno per assicurarsi la permanenza a capo del partito e del governo. Più in generale: la sopravvivenza politica. Vincere oggi assicurerebbe al primo ministro un periodo di “grazia” della durata di un anno, secondo le regole.
Ma i precedenti in tal senso non sono inconraggianti. I regolamenti possono infatti essere cambiati. Theresa May, ultimo primo ministro ad essere sottoposto ad un voto di sfiducia, nel 2018 respinse l’assalto con oltre il 60% dei voti. Salvo cedere lo scettro cinque mesi più tardi, incalzata da chi aveva deciso che il suo tempo al N°10 era finito. Chi? BoJo, ovviamente.

Chissà se Boris subirà lo stesso trattamento. Lo scandalo Partygate, le feste a Downing Street in violazione delle norme sul lockdown, hanno fatto precipitare il suo consenso nel Paese. Il rischio di recessione, l’aumento dei prezzzi, gli scioperi, hanno fatto il resto. YouGov stima che se si votasse oggi, i Conservatori conquisterebbero soltanto 3 degli 88 seggi considerati in bilico e il primo ministro non verrebbe rieletto neanche nella sua circoscrizione. Un quadro che dà la dimensione del malcontento e della preoccupazione dei parlamentari, incalzati nei loro territori e terrorizzati all’idea di non essere rieletti.
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