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Iniziata il 25 giugno 2022
Nessuno si è illuso, dalle parti di Matteo Salvini. E questo è già qualcosa. Nessuno ha immaginato, per essere più chiari, che questa volta bastasse una diretta social coi maturandi, un caffè di mezzanotte in pieno stile “notte prima degli esami“, per rinverdire i tempi dei post con pane e nutella che tanto (at)tiravano ai tempi della “Bestia” di Morisi. Quella fase si è conclusa. Il Capitano ha perso i gradi, ma è certo che presto torneranno a crescere, intesi come temperatura, all’interno della Lega.
C’è già il quando: dopo i ballottaggi. Resta solo da capire il come essendo già tolto di torno il “se“. E non c’è da meravigliarsi troppo, allora, che un leghista di lungo corso abbia consigliato a chi scrive di tenere le antenne dritte, perché la parabola del Carroccio “rischia di essere straordinariamente, e sinistramente, simile a quella del Movimento 5 Stelle“.
Cosa mi sta dicendo, tra le righe, il mio interlocutore in questo caldo sabato di giugno? Squaderno il taccuino e ciò che viene fuori è un racconto che spiega il nervosismo di questi giorni tra gli uomini più vicini a Salvini.
Si sono tenuti lontanissimi da Verona, per dirne una, per evitare di mettere il cappello su quella che considerano una sconfitta annunciata nella città di Romeo e Giulietta. Ma per il centrodestra bisogna limitarsi a citare Montecchi e Capuleti, per dire di una rivalità, quella fra Sboarina e Tosi, che di romantico non ha un bel nulla.
Per non parlare della quantità di telefonate recapitate dai parlamentari leghisti in questi giorni a Dario Galli, già viceministro dello Sviluppo Economico, nella geografia del Carroccio indicato alla voce “uomo di Giorgetti“, a riprova dell’insoddisfazione che proviene dai celeberrimi “territori”, per una Lega che non tocca palla, e per un leader che a sua volta “ha perso il tocco“.
È per questa serie di motivi, cui si aggiunge il senso d’urgenza di chi ha capito che alle prossime Politiche fra taglio dei parlamentari e percentuali ridotte ci sarà posto per pochi (eletti, appunto), che nella Lega sta montando un’onda di malcontento che questa volta, a differenze di tutte le altre, produrrà effetti diretti sulla leadership. E pare non si tratti – soltanto – del “commissariamento” de facto dai vari Zaia, Fedriga e Giorgetti. Perché la base si è messa in testa che tutto questo potrebbe non bastare.
Così, come accade a tutti nei momenti più difficili, l’istinto è quello di tornare a casa, che per la storia della Lega vuol dire Nord. Ora che il progetto nazionale di Salvini mostra i limiti del suo personale consenso, c’è dunque chi si domanda a voce bassa – ma non troppo – “quando uscirà fuori il nostro Di Maio“. E qui l’interlocutore al telefono scandisce: “Oggi può sembrare fantapolitica, lo so, ma tu segnalo: perché non è impossibile che ad un certo punto Salvini resti senza Lega“. Una scissione? Chiedo perché mi pare cosa strana, in Pianura Padana.
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