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Iniziata il 16 gennaio 2023
Anno 2016. Kellyanne Conway è l’asso nella manica di Donald Trump, la prima donna a dirigere una campagna presidenziale vincente negli USA, la persona chiamata a gestire l’ustionante talento comunicativo del magnate newyorchese. Kellyanne compulsa i sondaggi, tasta il polso dell’Uomo Dimenticato, sfrutta le debolezze di Hillary Clinton, disegna una campagna su misura per Donald: lui è “l’outsider“, lei è la donna irriverente che gli sussurra all’orecchio le ultime dritte prima di andare in onda, colei che ne conosce fragilità e punti di forza, è il volto dietro le quinte, la chiave per la vittoria.

È per questo che il suo editoriale sul giornale nemico per antonomasia dei conservatori, il New York Times, non può passare inosservato. Conway ha la lucidità necessaria per mettere a fuoco il “fenomeno Trump”, l’ossessione che “genera ogni tipo di pio desiderio e proiezione sulle prossime elezioni sia da parte dei suoi critici (“Sarà incriminato!”) che dei suoi sostenitori (“È ancora eleggibile?”)“.
Dove sta la verità, Kellyanne? Conway ammette di non avere una risposta certa, verificabile, ma mette in guardia i detrattori di Donald: “Scrollarsi di dosso la candidatura di Trump per il 2024 o scrivere il suo necrologio politico è un’impresa da pazzi – egli sopporta le persecuzioni e sfugge ai processi come nessun altro personaggio pubblico. Questo potrebbe cambiare, naturalmente, anche se quel gatto ha nove vite“.

Conway chiarisce che il principale ostacolo fra Trump e il numero 1600 di Pennsilvanya Avenue è che “non si può essere nuovi per due volte“. A meno che… “a meno che ciò che è vecchio non possa essere nuovo, di nuovo“. La verità è che Trump può provarci. Può puntare sulla nostalgia della base repubblicana per i risultati della sua amministrazione in fatto di economia, immigrazione, energia, politica estera; può giocare a suo favore la censura dei social, dipingere il suo caso come quello della vittima di un sistema che fagocita le voci in dissenso, può criticare Biden “da presidente a presidente“, un privilegio che molti dei potenziali rivali nel Partito Repubblicano non possono concedersi.
Certo, la vulgata delle ultime settimane è la seguente: “Voglio le politiche di Trump senza la personalità di Trump“. Ma per Conway “potrebbe non essere possibile averne uno senza l’altro“. Trump ricorderebbe facilmente che è stato proprio il suo modo di essere, l’abitudine a spiazzare l’interlocutore con la sua imprevedibilità, a consentirgli di portare a casa i risultati che lo hanno reso per anni il beniamino del Gop.
Eppure nessuno può negare le difficoltà di questa corsa. I problemi giudiziari, la sensazione diffusa che sia lui il principale responsabile del flop dei candidati repubblicani alle Midterm, il fatto che il 2022 abbia intaccato l’aura di forza di Donald. Conway immagina che Biden non potrà ricalcare il copione delle elezioni di metà mandato: evitare cioè di mettere la propria faccia sulla campagna, puntando sull’auto-distruzione del campo repubblicano, ma è categorica – e può permetterselo, visti i precedenti – nell’avvisare Trump: “Qualsiasi ripetizione da parte della campagna Trump del 2024 dei disastrosi errori di personale, strategia e tattica della campagna Trump del 2020 potrebbe portare allo stesso risultato del 2020. Con circa 1,6 miliardi di dollari da spendere e Joe Biden come avversario, le elezioni del 2020 avrebbero dovuto essere una bomba. Invece hanno dimostrato l’adagio secondo cui ‘il modo più veloce per fare una piccola fortuna è averne una molto grande e sprecarne la maggior parte’“.
E allora, Kellyanne, qual è la strada che (ri)porta Donald Trump ad affacciarsi dal balcone della Casa Bianca?

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