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Iniziata il 30 gennaio 2023
Dopo aver visionato in anteprima “Putin Vs the West“, in onda questa sera sulla BBC, posso dire che l’anticipazione sulla telefonata intercorsa fra Boris Johnson e Vladimir Putin è solo una – e nemmeno la più fragorosa – delle bombe giornalistiche di cui oggi i cittadini del Regno Unito potranno godere in prima serata.
Il documentario è di fatto una ricostruzione storica attraverso il metodo del “dietro le quinte”, un susseguirsi di retroscena raccontati dai protagonisti che mette sotto la lente di ingrandimento gli avvenimenti e le negoziazioni che hanno condotto fino all’odierna situazione tra Russia e Ucraina.
La prima delle tre puntate della serie prende le mosse dall’Euromaidan e arriva fino alla firma degli accordi di Minsk, ma per rendere chiaro quanto la cronaca sia strettamente collegata alla storia di quei giorni, il documentario si apre con le parole di José Barroso, all’epoca presidente della Commissione Europea. Il portoghese spiega: “Nella mia vita ho incontrato Putin 25 volte. Per me è un uomo che sa ponderare il rischio. C’è della razionalità nel suo processo decisionale. Quando l’ho visto, giorni prima dell’invasione in Ucraina, penso che l’emotività fosse più forte del pensiero razionale. Ora sta esprimendo una profonda, profonda frustrazione. E risentimento, verso l’Occidente. Ma non solo contro l’Occidente. Contro il passato. Contro la Storia“.

Ma come si arriva a questo punto?
Per capire bisogna partire dal 28 novembre 2013. A Vilnius è la presidente lituana in persona, Dalia Grybauskaitė, ad insistere affinché i maggiori leader europei siano presenti all’incontro chiamato a siglare un accordo di libero scambio senza precedenti fra Unione Europea e Ucraina.

Quando però si presenta al vertice, l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich chiarisce immediatamente ai suoi colleghi che, a dispetto delle attese, lui non firmerà nessuna intesa.
Dopo anni di trattative, la delusione dei leader europei è enorme. E anche in patria iniziano a montare le proteste. Angela Merkel dice al suo interlocutore: “Ci aspettiamo di più“, ma è Grybauskaitė, oggi, a ricostruire l’accaduto: “Abbiamo parlato con Yanukovich e siccome parliamo russo è stato più sincero. Ci ha fatto capire che era sotto pressione da parte della Russia. Personalmente sotto pressione“.

L’ex primo ministro David Cameron, presente a sua volta al vertice su espressa richiesta della Grybauskaitė, ricorda di aver chiesto una lettura della situazione al presidente azero Ilham Aliyev, a suo dire in grado di decifrare meglio di molti altri i rapporti tra Kyiv e Mosca: “Per me – disse Aliyev – la situazione è chiara. Flirtano con voi perché vogliono un accordo migliore con la Russia. Questo è ciò che vogliono“. Ha ragione. E la gente ucraina non sta a guardare. Nella capitale scoppiano le proteste, sfilano migliaia di persone con le bandiere ucraine ed europee ma, a due settimane dal fallimentare vertice di Vilnius, Yanukovich sigla un’intesa a peso d’oro con Mosca (15 miliardi di dollari).

Gli ucraini si sentono traditi da Yanukovich, scendono in strada. Le forze di sicurezza sparano sui manifestanti. Il Paese è sull’orlo di una guerra civile. Ma con il popolo ucraino deciso a chiedere le dimissioni di Yanukovich, la comunità internazionale si muove.
Una delegazione europea di ministri degli Esteri si reca a Kyiv comunicando a Yanukovich che per lui è tempo di passare la mano e di porre fine al bagno di sangue. Yanukovich sospende le trattative, telefona a Mosca e, con sopresa dei suoi stessi interlocutori, accetta la sconfitta.

L’indomani, il Parlamento ucraino ratifica i termini dell’accordo (elezioni anticipate, governo di unità nazionale, ritorno alla Costituzione del 2004), ma quando tutti cercano Yanukovich perché metta la propria firma a sigillo dell’intesa, nessuno lo trova. È fuggito al confine con la Russia, forse è già in Crimea, scortato per ordine di Vladimir Putin che, tempo dopo, rivelerà: “Non è esagerato dire che ho chiesto alle forze russe di salvare la vita del Presidente dell’Ucraina“.

Eppure non è quella la mossa più audace compiuta dall’inquilino del Cremlino. Mentre il mondo guarda all’Euromaidan, con la Russia che ospita i Giochi Olimpici Invernali di Sochi, gli “omini verdi“, soldati sprovvisti di uniformi ufficiali russe ma controllati da Mosca, danno inizio alla presa della Crimea. La risposta internazionale? Non è quella che servirebbe.
Il presidente russo non rinuncia alle sue rivendicazioni (e rivisitazioni) storiche. Con l’Ucraina è deciso a portare avanti quella che ritiene essere una “missione” arrivando al punto di dire al primo ministro britannico, David Cameron, che “questo è il mio cortile. Vattene“.
Barack Obama spinge sugli Alleati affinché applichino pesanti sanzioni, ma gli USA sanno che, per via dei forti legami con la Russia saranno in primis i Paesi europei a doverne sostenere il costo.
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