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Iniziata il 31 gennaio 2023
La seconda puntata di “Putin Vs the West“, eccezionale documentario BBC, scandisce le tappe di avvicinamento alla guerra in Ucraina fornendo incredibili testimonianze su tattica e “stile” di Vladimir Putin in fatto di politica estera. Bugia, bluff, cinismo: armi nell’arsenale dell’uomo del Cremlino, utilizzate in più e più occasioni, già a partire dalle crisi in Libia e Siria.

David Cameron, già primo ministro inglese, spiega: “Ogni volta che trattavo con lui, sapevo che era un uomo pericoloso, complicato, e potenzialmente molto cattivo“. Ma nel febbraio del 2011, con le rivoluzioni della Primavera Araba che rovesciano i dittatori di Tunisia prima ed Egitto poi, Vladimir Putin è un interlocutore indispensabile quando l’Occidente pensa che l’unico modo per spodestare Mu’ammar Gheddafi sia un intervento militare che ponga fine al massacro in atto in Libia.

È Joe Biden a volare a Mosca per trattare, ma è con estrema sorpresa che l’allora vicepresidente dell’amministrazione Obama scopre di essere finito al centro di una guerra di potere nelle stanze del Cremlino. Vladimir Putin ha infatti “ceduto” la presidenza della Federazione Russa al “delfino” Dmitrij Medvedev dopo aver raggiunto il limite di mandati consecutivi, riservandosi però la poltrona di primo ministro.

Michael McFaul, consigliere di Obama per la Russia, spiega che Putin, col suo consueto modo di fare schietto, colloca la Russia “contro i popoli che si ribellano ai dittatori. Questi non sono affari del mondo esterno“, dice. “Loro sono i leader di questi paesi. Dobbiamo rispettare la sovranità“. Una frase, l’ultima, che strappa un sorriso amaro alla luce delle ultime mosse di Putin in Ucraina.
Ma la vera novità si palesa quando Biden incontra Medvedev.

Qui la musica cambia. Il russo si dice contrario all’idea di un regime change, ma favorevole ad un’azione mirata a salvare vite. La delegazione americana non crede alle sue orecchie: Medvedev ha appena sconfessato Vladimir Putin.
Per comprendere chi dia le carte in quel periodo a Mosca bisogna attendere solo otto giorni: il 17 marzo 2011 è infatti il giorno in cui si vota sulla risoluzione al Palazzo di Vetro. Mark Lyall Grant, ambasciatore del Regno Unito all’Onu, ricorda nitidamente: “Ho presentato la bozza: c’erano la no-fly zone, l’aumento delle sanzioni contro Gheddafi, la condanna delle violenze contro i civili. Ma i russi non erano realmente interessati ai dettagli, che è molto insolito, perché i russi sono dei giocatori molto grandi nelle Nazioni Unite. Molto attivi, solitamente in modo negativo, ma molto attivi“. Il risultato della votazione è sorprendente: 10 Paesi favorevoli, 5 astenuti, tra cui la Russia, che però non usa il suo potere di veto.
Traduzione: l’Occidente può iniziare a bombardare la Libia.

La battaglia all’interno delle istituzioni russe, a quel punto, diventa di dominio pubblico. Vladimir Putin, apparentemente sconfitto, dichiara davanti alle telecamere che l’intervento in Libia “mi ricorda una crociata medievale“. Medvedev, forte della posizione di potere e dell’accordo con l’Occidente, replica duramente: “In alcun modo è accettabile usare espressioni che incitino ad uno scontro di civiltà, come ‘crociate’ e così via“. Ma il suo senso di sicurezza è destinato a svanire quando la posizione degli Stati Uniti e dell’Occidente sulle sorti di Gheddafi si irrigidisce. Barack Obama dichiara infatti che “la politica americana è che Gheddafi deve andarsene“. E Cameron rincara la dose: “È inimmaginabile per la Libia un futuro in cui Gheddafi sia ancora al potere. Deve andarsene“.
Siamo al G8 del maggio 2011 a Deuville, in Francia, quando Medvedev comprende di aver perso la sua partita. McFaul racconta di un incontro privato, andato in scena in quell’occasione, fra l’allora presidente russo e Barack Obama: “Non ricordo di avere mai visto il presidente Medvedev così arrabbiato con il presidente Obama“.

Medvedev si sente tradito: e il suo sentimento coincide con le previsioni di Putin, con la sconfessione di una “nuova vantaggiosa relazione” tra la Russia e gli Stati Uniti. Di fatto, ha appena perso la possibilità di essere rieletto. Dall’annuncio della nuova candidatura di Vladimir Putin al Cremlino (con Medvedev costretto a fare buon viso a cattivo gioco al suo fianco) e l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi trascorre appena un mese.

Non passa troppo tempo prima che un altro alleato di Vladimir Putin finisca sotto minaccia: si tratta di Bashar al-Assad. Il suo regime reprime nel sangue ogni forma di protesta, anche quelle pacifiche. Ma agli americani appare chiaro fin da subito che in un Paese, la Siria, che ospita l’unica base navale russa al di fuori dei confini dell’ex Unione Sovietica, nessun risultato potrà essere raggiunto senza la mediazione del Cremlino.

Al G20 di Los Cabos, in Messico, Putin si fa attendere dagli altri leader per 45 minuti. Poi inizia a sostenere che il suo modello per la Siria è quello della Cecenia. Racconta McFaul: “Disse che in Cecenia c’era una situazione violenta e lui non voleva negoziare una transizione tra il regime e l’opposizione. Ciò che fece fu dare più armi al suo uomo in Cecenia e dire lui: ‘Uccidi quante persone vuoi’. Questa fu la maniera in cui riportò l’ordine in Cecenia“.

A cercare la svolta è David Cameron. In un incontro avvenuto a Downing Street nei giorni delle Olimpiadi di Londra 2012, Putin dice al primo ministro inglese: “Non sono un fan di Assad, non voglio che resti al potere, ma il punto è che sono preoccupato di ciò che accadrebbe se lui se ne va. Ci sarà un vuoto e persone peggiori di lui potrebbero riempirlo“. È in questa cornice che prende vita la “diplomazia del judo“. Cameron viene a sapere che Putin è un grande appassionato dell’arte marziale, così lo invita a vedere con lui il match di un judoka russo.

Cameron ricorda: “Fu davvero affascinante perché il giudice chiamò il risultato in un modo, e Putin si girò verso di me e disse: ‘Penso che abbia torto’. All’improvviso il giudice venne corretto dagli altri giudici e venne fuori che Putin aveva ragione, e che di judo ne sapeva di più della persona che stava arbitrando il match“.
Il judoka russo vince l’incontro. Putin è visibilmente eccitato dalla circostanza. E Cameron stesso lo spinge ad andare a congratularsi con il campione russo: “Più tardi, quella sera, mi telefonò dal suo aereo per dirmi quanto era stato felice di venire alle Olimpiadi, quanto aveva significato per lui, quanto voleva avere delle relazioni positive“.

Ma i buoni propositi vengono messi presto a dura prova. In Siria impazza una guerra civile. Il regime sgancia bombe a grappolo sui civili: già più di 60mila persone hanno perso la vita a quel punto. La comunità internazionale non può restare a guardare. La Casa Bianca invia John Kerry a Mosca per trattare. Putin fa attendere l’inviato americano per tre ore, ma lancia il segnale che gli USA sperano di ricevere. Dice: “Lavorate con Lavrov, è il mio uomo“. I presupposti per trattare questa volta sembrano esserci sul serio, ma al momento del dunque, quando gli USA propongono un governo di transizione, Mosca compie un’altra giravolta: Lavrov cambia le carte in tavola, dichiara che la Russia non avrà nulla a che fare con un regime change.

Eppure Cameron ha ancora una carta da giocare: il suo nuovo legame con Putin può tornare utile.
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