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Iniziata il 10 febbraio 2023
L’intervista esclusiva rilasciata da Volodymyr Zelensky al tedesco “Der Spiegel” è un documento straordinario. Ed è un peccato che sui media italiani le sia stato concesso così poco spazio. Tantissimi (ed importantissimi) i retroscena svelati dal presidente ucraino sull’invasione russa e sui momenti chiave che l’hanno preceduta, quelli che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi, scrivere tutta un’altra storia.
Prima di entrare nel dettaglio, però, è giusto rimarcare le impressioni annotate dai giornalisti che hanno intervistato il leader di Kyiv appena prima del “tour” nelle capitali europee fra Londra, Parigi e Bruxelles. Chiunque voglia entrare nell’ufficio di Zelensky e non faccia parte dell’apparato deve inviare il proprio documento d’identità in anticipo per la verifica, poi passare attraverso diversi posti di blocco. Telecamere ad infrarossi, soldati provvisti di auricolari, sono la cornice all’interno del quale è inserito il quadro più prezioso di cui oggi l’Ucraina dispone: il suo leader. Al terzo piano del palazzo presidenziale, gli ospiti devono consegnare orologi, smartphone, perfino le penne: nessuno può fidarsi di nessuno, la capacità di corruzione da parte di Mosca è ben nota. Tutti possono tradire.
Volodymyr Zelensky è un uomo visibilmente esausto, come dimostrano le sue occhiaie. C’è una dimensione che non è stata indagata a sufficienza, in questa storia di terrore quotidiano: è quella dell’umana stanchezza. Al leader di una nazione in guerra non è consentito mostrare debolezza. Zelensky lo sa: “È stata dura, anche a livello fisico. Bisogna rimanere stabile e lucidi, anche se si ha a malapena il tempo di dormire e si deve lottare costantemente per ottenere aiuto“. Quante migliaia di vite ha salvato fino ad oggi l’energia di Zelensky?

L’occasione di un’intervista così prestigiosa è buona per smentire pubblicamente quanto dichiarato da Naftali Bennett, ex primo ministro israeliano, pochi giorni fa: “Di recente, qualcuno ha persino affermato di aver concordato con Putin che non sarei stato ucciso! La gente parla molto, è divertente. Sarebbe stato un duro colpo per il nostro Paese se i russi si fossero sbarazzati di me, soprattutto all’inizio della guerra. Perché in questi momenti è importante che le persone abbiano una calamita che le attragga, da cui possano farsi guidare. (…) Naturalmente, ci sono stati dei tentativi. I servizi segreti ucraini mi hanno assicurato che gruppi sovversivi erano stati inviati per uccidermi. Gli americani e gli inglesi hanno detto lo stesso. Tutti dicevano che i russi avrebbero colpito per prima cosa contro di me“.
Una delle accuse mosse a Zelensky è stata quella di avere sottovalutato gli allarmi occidentali – meglio, americani – rispetto ad un’imminente invasione. Ma il presidente ha una sua idea al riguardo: “Sai, è come per gli avvocati – io ho studiato legge. Gli avvocati non dicono mai: ‘Questa persona ha commesso un crimine’, ma ‘probabilmente ne ha commesso uno’. E così alcuni ambienti, compresi i servizi di intelligence dei nostri partner, hanno avvertito di un sospetto attacco, hanno parlato della sua probabilità. Ora facciamo un passo indietro, e non parlo da avvocato, ma da persona che è appena diventata presidente, nel 2019. Ero lì, a ricevere tutti questi rapporti dalle agenzie di intelligence, dai militari, dalla classe dirigente. A quel tempo, la probabilità di un’offensiva russa era presente dal 2014! (…) È molto facile dire: “Ascoltate, ci sarà un attacco”. Se poi, in risposta alla domanda ‘Quando?’, tutto ciò che si ottiene è: “Oh, sa, pensiamo che… qualche volta…”. Non vi comportereste come me?“.
Passando in rassegna gli eventi chiave della sua presidenza, Zelensky dice di avere preso a modello quanto accaduto in Crimea, dove l’influenza russa aveva pervaso le istituzioni, le televisioni, i servizi segreti. Appena eletto, ricorda di essere giunto a queste conclusioni: “‘Dobbiamo iniziare a ridurre gradualmente la loro influenza sui nostri media, sul nostro Parlamento’. (…) E poi c’è il dialogo: cercare di risolvere il problema diplomaticamente, cosa che faccio dal 2019. Così all’improvviso qualcuno mi dice: ‘È probabile un attacco’. Sì, ok, è arrivato. Ma come partner, cosa siete disposti a fare ora per ridurre questa probabilità? Poco prima dell’invasione, ho incontrato i lituani, che mi hanno dato missili Stinger. Hanno avuto il coraggio di dire: ‘Ascoltate, c’è un attacco. Ecco, prendete!’. Ci hanno aiutato. Ma gli altri partner, che grazie a Dio si sono uniti più tardi, cosa mi hanno dato prima della guerra? Un anno prima della guerra, con rispetto parlando? Cinque anni prima, con rispetto parlando? Dal 2014, con rispetto parlando? Perché non c’era la Nato per noi? Giorni prima dell’invasione, Putin aveva detto a Germania e Francia che non avrebbe attaccato“.
A proposito di Germania e Francia, quando parla degli Accordi di Minsk, Zelensky non nasconde il suo pensiero al riguardo: “Sono salito su questo treno che, a dire il vero, stava già andando verso il precipizio. Per ‘treno’ intendo questi accordi nel loro complesso. Ogni punto rappresenta un vagone e, quando si inizia a smontarlo, si capisce: il tutto è costruito in modo che una parte non possa realizzare qualcosa e l’altra congeli il conflitto. Non ho visto negli accordi alcun desiderio di dare all’Ucraina la sua indipendenza! Ho capito che il loro significato è che l’appetito della Russia doveva essere soddisfatto un po’ a spese dell’Ucraina. Il rinvio va benissimo in diplomazia. Non si sa mai se un decisore morirà e tutto diventerà improvvisamente più facile. (…) Ma per quanto riguarda Minsk nel suo complesso, ho detto a Emmanuel Macron e Angela Merkel: non possiamo attuarlo in questo modo“.
Ma c’è un altro punto, delle dichiarazioni di Zelensky, che si interseca con le parole pronunciate da Naftali Bennett qualche giorno fa. Riguarda le possibilità di arrivare ad un cessate il fuoco nei primi giorni della guerra, nel marzo 2022. Perché il dialogo è saltato? Sono state davvero le pressioni dell’Occidente, come qualcuno dice? La voglia di schiacciare Putin? O è stato un processo inevitabile, figlio della piega presa dalla guerra?
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