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Iniziata il 26 febbraio 2023
Decine di ore di interviste, oltre 30 figure chiave consultate nel governo USA e in quelli Alleati, una quantità infinita di retroscena, aneddoti, ricostruzioni; il punto di vista privilegiato di chi ha visto arrivare il “cigno nero” dell’invasione russa dell’Ucraina, di chi ha tentato fino all’ultimo istante di scongiurare la catastrofe, di chi ha temuto il collasso di Kyiv, di chi ha organizzato la coalizione della resistenza, pianificando con mesi di anticipo la risposta alla guerra di Vladimir Putin. È un lavoro straordinario quello realizzato da Politico, una “raccolta orale”, per usare la definizione del quotidiano americano, che prende le mosse quando ancora l’ipotesi di una guerra su vasta scala nel cuore d’Europa appare inverosimile ai più.

È Jake Sullivan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, astro nascente dell’amministrazione Biden, o forse sua stella più luminosa, a tornare con la mente al primo momento chiave di questa storia: il vertice di Ginevra del giugno 2021. Il presidente americano e Vladimir Putin si incontrano in campo neutro. Al termine di quel colloquio, definito dal leader russo “molto costruttivo“, lo stesso Putin dichiarerà che la questione ucraina è stata toccata, “ma non in modo dettagliato“. A quasi due anni da quell’appuntamento, Sullivan smentisce quella tesi: “Ovviamente la notizia principale di quella visita erano gli attacchi ransomware e cyber, ma una buona parte della discussione a porte chiuse riguardava l’Ucraina“. Sullo stato d’animo della delegazione USA alla fine del vertice fornisce dettagli interessanti Emily Horne, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale: “C’era un senso di ‘non è ancora finita’ mentre stavamo lasciando Ginevra. Pensavamo che ci sarebbe stata la guerra in Europa nei prossimi sei mesi quando abbiamo lasciato quell’incontro? No, non credo che nessuno l’avrebbe previsto durante il viaggio in aereo verso casa. Ma molto rapidamente dopo quell’incontro, Putin è uscito con il suo manifesto“. A cosa si riferisce Emily Horne? Lo chiarisce il suo superiore, Jake Sullivan: “Durante l’estate, Putin ha pubblicato un lungo articolo sull’Ucraina. La sua retorica iniziò a cambiare in modo abbastanza marcato in pubblico. A quel punto, la nostra antenna è salita più in alto. Qualcosa stava cambiando nella sua mentalità“.
Un uomo chiave per capire gli Stati Uniti degli ultimi anni è il generale Mark Milley, il capo di Stato Maggiore dell’esercito americano, l’uomo per il quale, qualche tempo fa, Donald Trump in persona chiese il processo per alto tradimento. L’accusa? Avere scongiurato il rischio di una Terza Guerra Mondiale con la Cina, ma questa è un’altra storia. Milley è lucidissimo nel ricordare il primo momento in cui l’idea che Vladimir Putin stesse pensando di invadere l’Ucraina ha attraversato la sua mente: “A settembre, sono venuti da me con questa mappa e l’hanno stesa sul mio tavolo; hanno spiegato: ‘Questo era diverso, signore, questo sembra diverso, questo è più grande per dimensioni, scala e portata, la disposizione, la composizione della forza, ecc‘. Abbiamo parlato per forse un’ora. Ho fatto loro un sacco di domande – il giorno dopo tornano. Hanno approfondito in molti dettagli. Dico: “OK, vediamo cosa ha da dire il resto della comunità di intelligence. (…) Ci sono volute circa una settimana o due per mettere insieme questa immagine di una forza russa davvero significativa e considerevole. Poi ho detto: ‘OK, dobbiamo informare il Segretario alla Difesa’. Non abbiamo ancora detto che si trattava di un’invasione. Sapevamo solo che era diverso. (…) Ci siamo organizzati per informare il presidente. Abbiamo tenuto un briefing presso lo Studio Ovale, e fu molto serio, molto cupo: ‘Ci sono così tante forze russe, questa è la loro dimensione, questa è la loro capacità, questa è la loro composizione, questa è la loro disposizione. Questa è la dimensione delle forze ucraine‘. Abbiamo esaminato le linee d’azione più probabili e più pericolose dei russi. Attirò sicuramente l’attenzione di tutti“.

Ma anche dinanzi ad una serie di prove così evidenti, lo stupore sembra prevalere. Avril Haines, direttrice dell’Intelligence Nazionale, ammette: “Era difficile da credere, all’inizio, onestamente. La maggior parte delle persone ha detto: ‘Sul serio? Un’opzione militare su larga scala? Sembra improbabile!’“.

Il generale Milley è consapevole che ciò che chiede in quel momento è qualcosa di molto vicino ad un atto di fede: “Quando qualcuno come me dice: ‘Ehi, questa è la linea d’azione più pericolosa: probabilmente vedrete cinque armate da combattimento venire da questa parte, due di qua e cinque di là. Sarà preceduta da una quantità significativa di bombardamenti e attacchi missilistici russi, e sarà la più terribile operazione di combattimento dalla fine della Seconda Guerra Mondiale‘. La gente se ne sta lì a pensare: ‘Da quale pianeta è arrivato questo tizio?’. Posso capirlo, in effetti“.
Ma la Russia continua ad ammassare truppe al confine dell’Ucraina in una maniera che gli USA non possono ignorare. Daleep Singh, all’epoca vice-consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti per l’economia internazionale, ricorda un passaggio chiave, avvenuto durante il G20 organizzato a Roma dall’Italia di Mario Draghi: “Putin non si è presentato. Si è presentato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. Nella sessione generale, ricordo molto chiaramente di essere stato seduto dietro al Presidente Biden, che rifletteva sul momento storico. ‘Siamo a un punto di svolta, la storia giudicherà se le democrazie sono riuscite a unirsi e a difendere i principi fondamentali che sono alla base della pace e della sicurezza’. Guardando Lavrov, ha detto che la difesa della libertà non è gratuita“. Jake Sullivan corrobora l’impressione di un G20 che fa da spartiacque: “Tornando da Roma, mi sono reso conto che era questione di settimane, non mesi o anni“.

Il governo degli Stati Uniti si muove. Scende in campo un peso massimo come il direttore della CIA, Bill Burns. Joe Biden lo invia a parlare con Vladimir Putin: “Il viaggio che il Presidente mi ha chiesto di fare a Mosca all’inizio di novembre aveva lo scopo di illustrare con un’insolita quantità di dettagli i motivi per cui eravamo preoccupati che Putin si stesse preparando ad una nuova grande invasione, e poi di essere molto chiari su quali sarebbero state le conseguenze nel caso in cui Putin avesse deciso di eseguire quel piano. Durante il viaggio ho avuto un brutto presentimento su ciò che stava per accadere. Questa sensazione è stata rafforzata dalle conversazioni che ho avuto in loco. (…) Sono uscito con la forte impressione che Putin avesse appena deciso di andare in guerra“.
Il parere di Burns è importante anche per un altro motivo: si cala nei panni del leader del Cremlino, cerca di interpretare i motivi che hanno portato un decisore politico, fino a quel momento universalmente riconosciuto come lucidissimo, a commettere quello che analisti ed esperti di tutto il mondo interpretano fin dagli albori come un marchiano errore strategico. “La mia impressione“, dice Burns, “basata sulle interazioni con lui nel corso degli anni, era che molto avesse a che fare con la sua ossessione per il controllo dell’Ucraina. Si stava convincendo che strategicamente la finestra sulla sua opportunità di controllare l’Ucraina si stesse chiudendo. La sua convinzione era che senza controllare l’Ucraina e le sue scelte, non è possibile per la Russia essere una grande potenza e avere questa sfera di influenza che ritiene essenziale. E non è possibile per lui essere un grande leader russo senza riuscirci. Tatticamente Putin ha visto l’inverno del ’21 e del ’22 come uno scenario favorevole – lo ha detto quando gli ho parlato“.
Avril Haines concorda con Burns: “Ha visto Angela Merkel uscire dal quadro; Emmanuel Macron distratto da un’elezione. Ha riconosciuto che in questo freddo inverno i prezzi dell’energia sarebbero stati alti, rendendo più difficile per l’Europa riunirsi. La coalizione sarà in grado di emanare il tipo di sanzioni che creerebbero preoccupazione? Ha visto tutte queste cose“. Ma, per dirla ancora con le parole di Bill Burns: “Aveva torto su tutti questi presupposti, profondamente torto“.
Il giorno in cui Volodymyr Zelensky viene pienamente a conoscenza delle informazioni di intelligence raccolte dagli Stati Uniti, quello in cui gli viene comunicato che la Russia sta preparandosi ad un’invasione su larga scala è il 2 novembre 2021, alla COP 26 di Glasgow. A margine della conferenza sul clima, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, chiama Zelensky in disparte: “Noi due, seduti quasi ginocchio contro ginocchio in una stanza ai margini dell’incontro al vertice. Era molto crudo, molto palpabile. Lui ha accolto l’informazione in modo molto stoico“.

Nel dicembre 2021 il presidente Biden prende la decisione di giocare un jolly: declassificare parte dell’intelligence USA sui movimenti russi per “entrare nella testa” di Vladimir Putin. Avril Haines ricorda lo scetticismo nei confronti degli Stati Uniti da parte dei colleghi dell’intelligence degli altri Paesi NATO: “Ci chiedevano: ‘Sul serio? State in qualche modo ingigantendo la minaccia come conseguenza di ciò che state suggerendo? Ci porterete ad affrontare la situazione invece di aiutarci a prepararci?’“. Il primo esempio di declassificazione ‘urbi et orbi’ avviene il 3 dicembre. Sul Washington Post viene pubblicata una mappa che mostra l’accumulo di truppe russe al confine ucraino e il potenziale per un’invasione.

Ciò che un profano può bollare come “esagerazione” assume tutta un’altra veste agli occhi degli esperti militari. Il generale Milley spiega: “Ci sono degli indicatori che si possono notare come soldati professionisti che separano la realtà dalle esercitazioni, alcune cose che si fanno nelle esercitazioni che non si fanno per le invasioni, e alcune cose che si fanno in un’invasione che non si fanno per le esercitazioni. La logistica, gli ospedali, le tende, l’evacuazione, il sangue, la mobilitazione di medici, infermieri. (…) Poi la scala, le dimensioni. Se si fa un’esercitazione con 200.000 soldati, è molto costoso. Sono molti soldi. La mettono insieme a settembre, ottobre e poi, tutto d’un tratto, a novembre ci sono ancora quei ragazzi sul campo? A dicembre è come dire: ‘Cosa state facendo?’ Nessuno si esercita così a lungo. Che razza di esercitazione è?“. Ecco perché alla Casa Bianca la consapevolezza di qualcosa di “grosso” è diffusa diversi mesi prima dell’attacco. Victoria Nuland, Sottosegretario di Stato per gli affari politici nell’amministrazione Biden, la mette giù così: “Basti dire che a dicembre ho portato in ufficio tutto l’occorrente per la doccia, un paio di cambi di vestiti, cose per dormire, una coperta e una serie di snack molto più nutrienti, perché sapevo che l’orario di lavoro non era prevedibile“.
Ma cosa fanno gli Stati Uniti a quel punto? Come si comportano per evitare una guerra? Joe Biden spedisce ancora una volta in avanscoperta Bill Burns, l’uomo delle missioni che contano. Il direttore della CIA vede Zelensky. Siamo a metà gennaio. Poco più di un mese all’invasione. Durante l’incontro, al presidente ucraino vengono illustrate le informazioni più aggiornate sui piani di Mosca, ma se da un lato Washington desidera preparare l’Ucraina al peggio, dall’altro non ha ancora rinunciato all’idea di convincere Vladimir Putin a desistere dai suoi propositi. Antony Blinken incontra il suo omologo Sergey Lavrov, ancora a Ginevra, è il 21 gennaio; di quella giornata ricorda un aneddoto particolare: “A Ginevra c’era un vento incredibilmente forte – non ho mai visto il lago di Ginevra più agitato in vita mia, come un oceano con una forte tempesta in arrivo. Ho accennato a questo e ho detto: ‘Abbiamo la responsabilità di vedere se riusciamo a calmare il mare, a calmare il lago‘. Lavrov si è concentrato in modo inusuale sui suoi argomenti e non ci sono stati molti scambi estemporanei, cosa che di solito non accade con lui. Volevo vedere se c’era un modo concreto per fare breccia e ho suggerito di passare un po’ di tempo da soli dopo la riunione con i nostri team. Ci sedemmo su sedie a circa un metro l’una dall’altra. Gli chiesi: ‘Dimmi, cosa stai cercando di fare? Che cosa sta succedendo qui? Si tratta davvero dei vostri presunti problemi di sicurezza? O si tratta di qualcosa di teologico, cioè della convinzione di Putin che l’Ucraina non sia uno Stato indipendente e debba essere inglobata nella Russia? Se si tratta della prima ipotesi, se si tratta davvero, dal vostro punto di vista, di preoccupazioni per la sicurezza della Russia, allora dobbiamo cercare di parlare di queste e delle nostre profonde preoccupazioni per la sicurezza di ciò che la Russia sta facendo, perché dobbiamo evitare una guerra. Ma se si tratta di quest’ultimo aspetto, se si tratta di una visione profondamente sbagliata del fatto che l’Ucraina non è un Paese a sé stante, e siete determinati ad inglobarla nella Russia, beh, non c’è nulla di cui parlare’. Non ha potuto o non ha non voluto darmi una risposta diretta“.

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