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Iniziata il 01 marzo 2023
Dimenticate questa versione di Sergej Naryshkin. L’uomo balbettante al cospetto di Vladimir Putin, umiliato “urbi et orbi” pochi giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, mostra lontano da Mosca la sua versione più feroce. Parola di Bill Burns, direttore della CIA, giocatore tra i più sottovalutati, e al contempo decisivi, di questa incredibile partita a scacchi.
È ad Ankara, pochi mesi fa, in un faccia a faccia che rappresenta tuttora l’incontro di più alto livello tra Washington e Mosca dall’inizio della guerra, che l’americano osserva nella sua controparte russa un “atteggiamento molto sfrontato, un senso di presunzione e di arroganza“. Nell’interpretazione di Burns, diplomatico navigato, quello che si affaccia in quel vertice a porte chiuse è il sentimento che “riflette il punto di vista di Putin, la sua convinzione di poter fare del tempo un proprio alleato”.

I pochissimi che ancora lo frequentano, coloro che sono a conoscenza del suo processo decisionale, assicurano quanto segue: “Vladimir Putin non è impazzito“. Ma di certo è un uomo sempre più solo. Paradigmatico quanto svelato dal Financial Times: perfino il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, apprende dell’attacco russo all’Ucraina solamente intorno all’una di notte del 24 febbraio, con un anticipo di pochissime ore rispetto al discorso tv che annuncia l’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale“. L’indomani, a margine del summit d’urgenza convocato dal Cremlino per riunire (e catechizzare) i maggiori oligarchi del Paese, uno di loro chiede a Lavrov come Putin abbia potuto pianificare un’invasione di tale portata in una cerchia così ristretta di persone. La risposta di Lavrov è lapidaria: “Ha tre consiglieri: Ivan il Terribile. Pietro il Grande. E Caterina la Grande“.

Sono fantasmi come questi a muovere la mano dell’inquilino del Cremlino. Ossessionato dall’idea di essere tradito, Putin affida a pochi eletti i suoi pensieri più sinceri. Per questo le informazioni di intelligence declassificate dagli USA, prima e durante l’attacco russo, costituiscono una ferita difficilmente guaribile per Vladimir Vladimirovich. Perché rendono certezza il dubbio che tarla la sua mente: impossibile fidarsi, meglio fare da soli. Uno schema animato da quello che Bill Burns a “Face the Nation“, sulla CBS, ribattezza “il suo senso del destino“, il convincimento di essere il prescelto che renderà di nuovo grande la Madre Russia. Presunzione, quest’ultima, nell’analisi di Putin in persona corroborata dagli eventi.
Nel 2014, il presidente discute per tutta la notte e fino all’arrivo del giorno, dell’annessione della Crimea con il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, e tre alti consiglieri. I suoi interlocutori sono scettici sull’opportunità di inviare soldati russi nella penisola.

Sconsigliano l’intervento, paventano i rischi dell’impresa, spingono perché Putin desista. Ma per il presidente è sottilissimo il confine che separa la realtà dalla lealtà. “Questo è un momento storico“, dice loro. “Se non siete d’accordo, potete andarvene“.
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