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Iniziata il 06 marzo 2023

Raccontare una guerra significa cercare di raccontare la verità in tutte le sue sfaccettature, lasciare da parte il “wishful thinking”, il desiderio irrazionale di comunicare all’esterno – e dire anche un po’ a sé stessi – che “tutto va bene, la situazione è sotto controllo, e non potrà che migliorare“. Questo è lo spirito con cui sottopongo alla vostra attenzione le dichiarazioni rilasciate nelle scorse ore da alcuni militari ucraini a Bakhmut. È un compito da assolvere col cuore pesante, nella consapevolezza che ometterlo – o a maggior ragione ignorarlo, come sta facendo buona parte della stampa italiana – significherebbe fare torto non solo al coraggio dei soldati di Kyiv, ma anche alla straordinarietà del documento che sto per presentarvi. Siamo infatti in presenza di un atto d’accusa a mia memoria con pochi o nulli precedenti da parte delle truppe ucraine – o almeno, di alcune di esse – nei confronti della propria leadership militare.
Battaglioni impreparati e privi di adeguato addestramento, soldati spediti in prima linea senza le necessarie competenze di combattimento, mancanti del necessario supporto garantito da veicoli blindati, artiglieria, droni, informazioni tattiche: è un quadro inquietante quello dipinto non dagli organi della propaganda del Cremlino, ma da “The Kyiv Independent“, il quotidiano della capitale che è riuscito ad ottenere le testimonianze di una dozzina di uomini impegnati a Bakhmut e dintorni. Le loro dichiarazioni sono state ottenute senza l’approvazione di un addetto stampa di parte ucraina: per questo motivo il giornale identifica i militari con il solo nome di battesimo, così da evitarne l’identificazione.
I soldati descrivono una situazione drammatica. Lamentano l’estrema penuria di munizioni, dicono di essere costretti ad utilizzare armi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale – ma potrebbe andargli peggio, visto che proprio a Bakhmut i russi hanno tirato fuori le vecchie pale d’ordinanza, utilissime per sfasciare crani, progettate addirittura nel 1869.

Serhiy, militare ucraino poco più che 40enne, spiega così la quotidianità di Bakhmut: “Quando si va in posizione, non c’è nemmeno il 50% di possibilità di uscirne vivi. È più un 30/70“.
La tattica di avanzamento dei russi è collaudata, il nemico manda in avanscoperta 3 o 4 soldati a piedi: è carne da macello, gente mandata consapevolmente a morire. Non esiste possibilità di sottrarsi a queste missioni suicide: chi rifiuta viene giustiziato sul posto. I patti stretti con i detenuti reclutati nei mesi scorsi sono stati chiari fin da subito: chi sopravvive al fronte per sei mesi è un uomo libero, chi diserta è un uomo morto.
L’obiettivo militare di queste sortite, da parte dei mercenari di Wagner, è chiaro: far sì che gli ucraini escano allo scoperto per sparargli contro. A quel punto le forze d’elitè iniziano a bombardare le postazioni difensive con il loro arsenale: mortai, razzi partiti dai sistemi a lancio multiplo Grad e da altri blindati: “Si informano sulle posizioni in cui ci troviamo, stabiliscono le coordinate, poi ci colpiscono da sette-nove chilometri di distanza con i mortai. Aspettano che la casa cada e noi dobbiamo saltare fuori. L’edificio prende fuoco e poi cercano di finirci“.
Come precisato dal Wall Street Journal, “nessun esercito, in una società democratica, può continuare a mandare ondate di soldati a morte quasi certa per guadagnare qualche centinaio di metri. Persino le forze armate regolari russe, note per la loro elevata tolleranza alle perdite, evitano di inviare truppe in missioni chiaramente suicide. Eppure è proprio questo approccio che ha permesso a Wagner di arrivare sul punto di prendere Bakhmut“.
Oleksandr, un fante originario di Sumy, pronuncia il verbo che fino ad oggi è stato tabù per la leadership ucraina: “La metterò così: dovremmo far uscire la nostra gente, perché se non ce ne andiamo, nelle prossime settimane sarà un disastro“.
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