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Iniziata il 10 marzo 2023

Se gli scenari tracciati dalla Comunità di Intelligence USA nell’Annual Threat Assessment 2023 saranno anche solo in parte attendibili come le informazioni declassificate sui preparativi condotti dalla Russia nei mesi precedenti all’invasione dell’Ucraina allora, signore e signori, è davvero il caso di allacciare le cinture.
Nel rapporto che analizza le più gravi minacce agli Stati Uniti nel corso del prossimo anno, gli 007 USA dedicano i due capitoli più corposi a Russia e Cina. È al confronto tra grandi potenze, al tentativo di anticipare le mosse di queste ultime, che i servizi segreti americani riservano le maggiori attenzioni. Lo fanno nella consapevolezza della portata della posta in palio: non solo la guida dell’ordine mondiale, ma anche la capacità di stabilire le “regole che daranno forma a tale ordine per i decenni a venire“. Siamo insomma ad un punto di svolta, e lo siamo a causa della guerra nel Vecchio Continente iniziata da Vladimir Putin, dell’aggressione all’Ucraina che “ha messo in evidenza che l’era della competizione e del conflitto tra Stati nazionali non è stata relegata al passato, ma è invece emersa come caratteristica distintiva dell’epoca attuale“. Bene. Adesso possiamo cominciare.
La previsione dei servizi segreti americani è che il Partito Comunista Cinese sotto la guida di Xi Jinping, fresco di elezione per il terzo mandato presidenziale consecutivo (vetta mai raggiunta neanche da un signore di nome Mao), “si adopererà per spingere Taiwan all’unificazione“. Fino a qui, si direbbe, si dirà, niente di nuovo. Washington al riguardo persegue la dottrina della “(doppia) ambiguità strategica“. Formula traducibile nel seguente quesito con associata risposta: “In caso di invasione cinese di Taiwan, cosa faranno gli Stati Uniti? Nessuno lo sa con certezza: non la Cina, non Taiwan“. Si tratta di un approccio che fino ad oggi ha garantito la pace: perché Pechino non si è azzardata a fare il passo più lungo della gamba; e perché Taipei – non essendo certa di un soccorso americano – si è guardata bene dal provocare il Dragone. Gli ultimi anni di tensioni, l’assertività cinese, la percezione di Pechino come minaccia al primato globale americano, hanno però sbiadito l’efficacia di questo concetto. È oggi opinione diffusa che un’invasione cinese non resterebbe senza risposta da parte dell’America. Ed è (anche) per questo motivo se, nell’analisi dell’intelligence USA, Pechino sia accreditata di vedere le relazioni tra Stati Uniti e Cina “come parte di un cambiamento geopolitico epocale“.
La previsione americana è che nel 2023 la Cina “continuerà ad esercitare pressioni” affinché Taiwan muova verso la riunificazione, “reagirà a quello che considera un maggiore coinvolgimento” tra Washington e Taipei. In che modo? Anche compiendo ulteriori attraversamenti della linea mediana dello Stretto di Taiwan e sorvoli missilistici. Si preannunciano notti serene.

Qual è il duplice obiettivo di questo tipo di tattica? Da una parte stringere la morsa su Taiwan, dall’altra cercare di esaudire le richieste formulate da Xi Jinping ai vertici militari cinesi in tempi non sospetti: scoraggiare l’intervento degli Stati Uniti in vista di una futura crisi tra le due sponde dello Stretto, sviluppare la capacità di prendere l’isola entro il 2027. Ambizione ambiziosa, per giocare sulla ridondanza: vincere la guerra senza combatterla, traguardo da Superpotenza.
Ma c’è un paragrafo a parte, ed è quello dedicato alla postura nucleare della Cina, che merita approfondimento. L’intelligence americana dichiara quanto segue:
“La leadership cinese ha concluso che le sue attuali capacità sono insufficienti. Pechino teme che le tensioni bilaterali, la modernizzazione nucleare degli Stati Uniti e l’avanzamento delle capacità convenzionali dell’esercito cinese abbiano aumentato la probabilità di un ‘first strike’ americano“.
Xi Jinping e i suoi hanno paura che il primo colpo nucleare verrà dagli USA. Per questo motivo ad oggi la Cina “non è interessata ad accordi che limitino i suoi piani” di rafforzamento dell’arsenale nucleare e “non accetterà negoziati che congelino i vantaggi statunitensi o russi“.
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