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Iniziata il 13 marzo 2023
Un manoscritto dalla grafia incerta, scarabocchiato in una stanza d’ospedale e consegnato ai giornalisti. Sarà questo l’ultimo atto pubblico dell’ex presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili?

Dell’omone che vent’anni fa fece irruzione nel Parlamento della capitale, almeno in apparenza, non è rimasta traccia. All’epoca costrinse alla fuga l’illegittimo presidente Shevardnadze, sottraendo la Georgia al giogo sovietico. Vi riuscì imponendo la legge dei numeri al tentativo di truccare le elezioni, la sua forza a quella dei filorussi, agitando come simbolo delle rose. Ricche di spine, sì, ma comunque preferibili al deserto di diritti e povertà.
Sky News UK, riuscita nell’impresa di comunicare con Saakashvili tramite il suo avvocato, ha trovato coraggio e sfrontatezza per chiedergli senza giri di parole: “Quanto sei vicino alla morte?“. Saakashvili ha risposto come avrebbe fatto un cronista navigato: “Inizialmente pesavo 120 kg, ora sono 64: se scendo sotto i 60, i medici prevedono una disfunzione multiorgano“. Traduzione: Saakashvili è in fin di vita.

Shalva Khachapuridzem, suo legale, all’emittente inglese ha aggiunto che le condizioni del suo cliente peggiorano di giorno in giorno. Parla di “spettacolo orribile“, lo paragona ad un “prigioniero di un campo di concentramento della Germania nazista“. Un concetto ribadito qualche giorno fa da Giorgi Chaladze, parente dell’ex presidente, tra i pochi a visitarlo regolarmente. Lui ha confidato che Saakashvili “non riesce quasi più a stare in piedi. La sua temperatura corporea scende raramente sotto i 38 gradi. Non ha energia, vomita regolarmente e passa le giornate a guardare la televisione“.
È un destino amaro per il leader che aveva fatto innamorare l’Occidente, che dall’ospedale, ammette: “Sono sempre a letto, le mie ossa si stanno disintegrando e mi procurano dolori lancinanti“. Sono dettagli crudi, inquietanti, che si aggiungono al parere degli esperti che nel suo sangue hanno rintracciato chiari segni di avvelenamento.
Emmanuel Macron ha chiesto la sua liberazione, e lo stesso ha fatto Volodymyr Zelensky. In fondo è stato lui a restituirgli la cittadinanza ucraina che il suo predecessore Poroshenko gli aveva negato, dopo alcuni dissidi emersi durante il governo di Odesa, l’oblast che, dopo la “cacciata” dalla Georgia, Saakashvili si era ritrovato a guidare. Ma per comprendere il clima che si respira sull’asse Kyiv-Tbilisi in queste settimane è necessario leggere l’intervista che il premier georgiano Garibashvili ha rilasciato nelle scorse ore all’emittente “Imedi TV”.
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