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Iniziata il 14 marzo 2023
In un impeto di disfattismo verrebbe da concludere quanto segue: ogni Paese ha quel che si merita, e noi pure.
Se – è la tesi – dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina (sì, le parole sono importanti) il pubblico italiano è stato costretto a sorbirsi argomentazioni che non sfigurerebbero sui canali della propaganda di Mosca, se, in prima serata – ma pure seconda e terza -, è da mesi sottoposto a dissertazioni che potrebbero benissimo portare la firma di Vladimir Putin e della sua ristrettissima cerchia, se, un giorno sì – e l’altro pure -, ci viene presentato come esperto tale “professor Orsini“, è perché questo circo malandato e malinconico, in fondo, non solo lo sopportiamo, ma un po’ ci piace pure.
E bisognerebbe parafrasare Conte (Paolo), urlare al cielo il suo “zazzarazaz” come fosse una formula magica, un rito esorcizzante, scovare dentro di noi l’orgoglio che ci regalava Bartali, ricordarsi che è per gente come questa che “i francesi ci rispettano” (anche se “le balle ancora gli girano“), ma forse lo farebbero un po’ meno se sapessero cosa passano i nostri programmi, rispetto ai loro. Sì, perché ai cugini d’Oltralpe non dobbiamo invidiare cultura, cucina, moda e chi più ne ha più ne metta, ma in quanto a qualità dell’informazione è giusto fare un passo indietro. Mentre noi interpelliamo Orsini e altri orsetti (nel senso di figli dell’Orso russo), in Francia c’è infatti chi decide di intervistare il tenente generale Michel Yakovleff, un signore che nella sua vita ha guidato soldati della Legione Straniera, ha vissuto in prima linea i conflitti in Iraq, Bosnia, Kosovo, scalando le gerarchie della NATO fino a diventare “numero Due” del Comando supremo delle potenze alleate in Europa.
Ecco, questa forte, fortissima, tentazione di semplificare, questo sfrenato desiderio di fare di tutta l’erba un fascio, risulterebbe in effetti un torto ai non pochi che pure in Italia si prodigano per ristabilire verità in mezzo alla disinformazione di stampo pacifinto, fare cronaca tenendo a bada inconcludenti rivisitazioni storiche. Non è questo il momento, non porterebbe beneficio immediato alla condizione generale dell’informazione nostrana. E allora, perdonate, è stato uno sfogo. Mi limiterò a riportare alcuni stralci dell’intervista condotta dallo youtuber francese Xavier Tytelman a Michel Yakovleff.
Breve (stavolta) premessa. Le Figaro, il più importante quotidiano francese, ha dedicato un apposito ritratto a Michel Yakovleff. Parliamo di un personaggio non banale, amante della battuta ad effetto, della provocazione spinta, dei paradossi (ne avrete conferma nelle righe successive), ma soprattutto di un uomo che conosce la materia di cui parla. Alla fine di agosto del 2014, quando i mezzi corazzati e i soldati russi fanno il loro ingresso nel Donbass, è lui nel bel mezzo di una riunione dello stato maggiore NATO a mettere a verbale: “Ricordiamo questo giorno come il giorno in cui ebbe inizio la Terza Guerra Mondiale“. La storia non è ancora matura abbastanza per dire se abbia indovinato la profezia o alzato eccessivamente il tiro, ma Yakovleff è un analista di livello, un uomo colto. Ho estrapolato i passaggi più importanti di un’intervista di 40 minuti: qui li dividerò, per comodità, in piccoli paragrafi a seconda del tema trattato. Ora possiamo davvero iniziare.
La chiacchierata comincia con Yakovleff che disinnesca alcune delle bugie maggiormente in voga tra i seguaci del Cremlino. Fra queste, senza dubbio, quella per cui sarebbe stata la NATO a cercare il conflitto in Ucraina. Una tesi che Yakovleff respinge al punto di indirizzare verso l’Alleanza una critica di segno opposto: “La NATO – spiega – non voleva affatto questa guerra. Dal mio punto di vista ha fatto ‘troppo per evitare‘ questa guerra e ‘poco per aiutare‘ l’Ucraina. In particolare, dopo il 2014, ha lanciato a Putin dei segnali incoraggianti in vista del 2022. In altri termini: la NATO è in una certa misura responsabile (…) non perché volesse la guerra, al contrario, la voleva così poco che ha dato spazio a Vladimir Putin“.
Si vis pacem, para bellum. Primi sprazzi di Yakovleff, che prosegue smontando la narrazione che vedrebbe la NATO responsabile dell’attuale situazione per via della presunta violazione degli accordi con la Russia e dell’allargamento dell’Alleanza a Paesi come Bulgaria, Polonia e altri. Yakovleff sul punto è perentorio: “Non abbiamo violato alcun accordo, perché i russi non hanno richiesto alcun accordo. Nella loro propaganda dicono di aver fatto tante proposte alla NATO. In particolare Medvedev, che all’epoca era presidente, nel 2010 ha detto che avevamo bisogno di una nuova architettura di sicurezza europea. (…) Non è necessariamente un’idea stupida. Ma dov’è il documento? A parte l’annuncio: un contratto, un trattato…è una tua idea e sta a te mettere le carte in tavola. Non si è mai visto niente dal ministero degli Esteri o dalla presidenza russa: è totale propaganda dire che ‘noi abbiamo proposto e la NATO ha rifiutato’. La NATO non ha rifiutato nulla perché non ha mai ricevuto nulla“. Amen.
Si può pensare che Yakovleff sia un “propagandista” NATO. Errore. Basta leggere le critiche, feroci, rivolte alla strategia di sostegno all’Ucraina sin qui osservata dall’Alleanza. C’è un motivo, afferma il tenente generale, se l’Occidente non consegna a Kyiv tutto il suo potenziale bellico in una sola tornata: “Nella NATO c’è l’idea di fermare l’escalation, dare a Putin la possibilità di ritirarsi, per questo non mette tutto sul tavolo. L’approccio della NATO è incrementale, indipendentemente dalla sua riluttanza, è incrementale perché spera, ogni volta, che la richiesta di de-escalation verrà ascoltata. E ogni volta” questa speranza “viena delusa e correggiamo il tiro“. Questo approccio, conclude Yakovleff, “è costato migliaia di morti. (…) Se avessimo dato nel 2015 l’artiglieria che abbiato dato ora, Putin non sarebbe stato tentato” dall’idea di invadere nel 2022.
La particolarità di Yakovleff emerge in tutta la sua forza nel tentativo di spiegare la visione del Cremlino rispetto all’esistenza di Stati post-sovietici tramite l’impiego di quella che lui stesso definisce la “parabola di Ludmilla e Ivan”. La riporto integralmente:
“Ludmilla e Ivan hanno avuto un lungo matrimonio, in una certa misura forzato nel 1939, non erano molto felici, ma è successo. I due ad un certo punto si separano. Ad Ivan non fa piacere ma dopotutto tra loro non c’e più amore, se mai ce n’è stato. Così Ludmilla se ne va per la sua strada e Ivan può accettarlo. Il problema è che nelle settimane successive Ludmilla è piena di amici nel quartiere, va da una festa all’altra, tutti la invitano, tutti la baciano, tutti la corteggiano e ad un certo punto lei si ritrova nel letto di Alfred o Joe. Il peggio arriva quando lei diventa una giovane donna divorziata, fresca e gioiosa, alla scoperta del mondo. E il peggio è quando incontra per strada Ivan, e gli dice: ‘Sai, ora so cos’è fare l’amore’. È questione di virilità. All’improvviso Ivan gli buca le gomme dell’auto, gli mette cacca di cane nella buca delle lettere…Non è perché lui voglia che torni a casa, ha capito che lei non tornerà: il punto è che sia felice senza di lui. Quello è insopportabile per lui ed è fondamentalmente il problema dell’attuale regime di Putin, ad esempio, con i Paesi Baltici. Il fatto che possano essere felici tra le braccia di un altro“.
Piaciuta la parabola? Non è finita. Yakovleff ne disegna un’altra per descrivere il rapporto tra Russia e Ucraina ma, soprattutto, si lancia in un’altra profezia sul dopo-Putin, delineando uno scenario a dir poco esplosivo per il futuro della Russia, con annesse conseguenze globali.
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