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Pubblicato il 17 marzo 2023
Mercoledì 15 marzo. A Varsavia, per la seconda volta negli ultimi sei mesi, fa la sua comparsa Bill Burns. Dovrebbe essere già un indizio che qualcosa di grosso stia bollendo in Polonia. Non fosse altro per un motivo: il felpato direttore della CIA si è affermato fino ad oggi come uno degli attori chiave nella risposta occidentale all’invasione russa dell’Ucraina. Fu la sua agenzia di intelligence, più di ogni altra al mondo, ad anticipare le mosse di Vladimir Putin prima dell’inizio della guerra. Fu lui a recarsi a Mosca per tentare un ultimo disperato approccio con il Cremlino. Il presidente russo non si fece trovare, ma al telefono ascoltò dalla voce di Burns le conseguenze che un attacco avrebbe comportato. Ancora una volta lui, Bill Burns, il figlio di un maggiore generale dell’esercito americano, a comunicare di persona a Volodymyr Zelensky i piani che i russi avevano fatto sull’Ucraina e sul suo conto, inclusa la volontà di eliminarlo.

Ma quando il numero uno degli 007 americani viene ricevuto nell’ufficio presidenziale da Andrzej Duda sono in pochi a fare due più due. Il comunicato della presidenza polacca è scarno, come si conviene ad un’occasione del genere: se incontri il capo dei servizi segreti USA nessuno può aspettarsi che rivelerai i contenuti della chiacchierata. Eppure dalla nota emessa dall’ufficio stampa di Varsavia un segnale arriva: “Le questioni sollevate durante i colloqui – si legge – hanno riguardato principalmente l’aggressione russa contro l’Ucraina e le sue conseguenze geopolitiche per la sicurezza di entrambi i Paesi, Polonia e Stati Uniti“. Potrebbe apparire un messaggio molto generico, ma non lo è, come si capirà poche ore dopo.
Giovedì 16 marzo. Bill Burns ha lasciato Varsavia. Il presidente della Polonia si presenta davanti ai giornalisti insieme al suo omologo ceco, Petr Pavel. E dichiara ciò che Kyiv attendeva da tempo e Varsavia meditava se concedere: “Possiamo annunciare – scandisce Duda – che invieremo con certezza i MiG-29 all’Ucraina“.

La Polonia invierà per il momento quattro MiG-29, dice Duda: “Al momento ne abbiamo più di dieci immagazzinati e nei prossimi giorni trasferiremo non meno di quattro Fulcrum (il nome in codice con cui nella NATO ci si riferisce al Mikoyan-Gurevich, ndB)”. Per quanto riguarda il resto degli aerei “è attualmente in servizio ma sarà preparato e trasferito in futuro“. Si tratta di una svolta di importanza clamorosa. E ancora una volta il taccuino viene in soccorso.
18 febbraio 2023, è un sabato. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dichiara quanto segue: “Oggi possiamo parlare di trasferire i nostri MiG come parte di una coalizione più ampia e siamo pronti per questo. La Polonia può solo far parte di una coalizione molto più ampia, una coalizione con gli Stati Uniti come leader“. Le parole di Morawiecki sono ridondanti, e ricordano molto da vicino il discorso fatto dal cancelliere tedesco Olaf Scholz a proposito della consegna dei Leopard. Così come Berlino chiede di accompagnare alla consegna dei suoi carri armati anche quella degli Abrams americani, così Varsavia sembra chiedere la “copertura” americana per l’invio dei suoi jet. Il non detto è chiaro: Varsavia teme possibili ritorsioni da parte di Mosca. Non passa neanche un mese: la Polonia stravolge la propria politica, il tabù della consegna all’Ucraina di jet da combattimento da parte di un Paese NATO è infranto.
Cos’è cambiato nel frattempo? Chiedere a Bill Burns.
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