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Pubblicato il 19 marzo 2023
Wow! Sembra ieri che ho risposto al vostro primo Q&A. Ed eccoci già al secondo appuntamento con “Dieci domande“, la nuova rubrica del Blog in cui cerco di soddisfare le vostre curiosità, tra retroscena e analis.
Cos’è successo dall’ultima volta in cui ci siamo sentiti? Bazzecole. Il Tribunale dell’Aja ha emesso un mandato di cattura per Vladimir Putin. Due Paesi NATO hanno consegnato per la prima volta all’Ucraina i loro jet da combattimento. Emmanuel Macron è stato costretto a ricorrere all’opzione nucleare della Costituzione francese per far passare la contestatissima – eppure necessaria – riforma delle pensioni. Dimentico qualcosa? Ah, già, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha detto che martedì sarà arrestato e ha invitato gli americani a scendere in strada per protestare. E in Italia? Passiamo oltre, occupiamoci di cose serie, passiamo alle vostre dieci domande.

Barbara è giustamente preoccupata da una tendenza emersa negli ultimi giorni in America. I principali candidati alla nomination del Partito Repubblicano stanno mettendo in discussione la linea di politica estera della Casa Bianca, quella di sostegno militare all’Ucraina. Prima di risponderti, la premessa è la seguente: manca ancora quasi un anno al via delle primarie Gop. E i giorni che abbiamo alle spalle sono indicativi che la situazione nella politica americana è imprevedibile per definizione MA…ma qualcosa possiamo dirlo: ad oggi per gli elettori del Gop la guerra in Ucraina non è vissuta come prioritaria, e i primi due candidati sulla griglia di partenza sono contrari ad una contrapposizione USA-Russia nei termini fin qui indicati da Joe Biden. Secondo la media dei sondaggi dell’inossidabile Real Clear Politics, Trump e DeSantis hanno insieme più del 70% dei consensi tra i candidati repubblicani. Per trovare esponenti favorevoli all’invio di armi all’Ucraina da parte degli Stati Uniti bisogna scendere fino al duo Haley-Pence, entrambi accreditati del 6%. Insomma, la sensazione, oggi, è che il sostegno (quasi) incondizionato all’Ucraina passi da una vittoria dei Democratici. E che non ci sia spazio per un terzo nome nel Gop alternativo a Trump e DeSantis.


Cara Cristina, l’informazione che hai intercettato è corretta: Putin ha realmente incontrato i principali dirigenti d’azienda russi al Cremlino. Ma interessante è soprattutto ciò che il presidente russo ha comunicato agli oligarchi. Alla presenza di miliardari come Deripaska, Potanin, Mordashov, Khan, Vekselberg, Rashnikov, Melnichenko e Mazepin, Putin ha scandito: “Un imprenditore responsabile è un vero cittadino della Russia, del suo Paese, un cittadino che comprende e agisce nei suoi interessi. Non nasconde i beni all’estero, ma registra le società qui, nel nostro Paese, e non diventa dipendente dalle autorità straniere. (…) Comprendo perfettamente le minacce in atto e ciò che ci dicono i maligni, dicendo che la Russia avrà problemi a medio termine. Sì, questa è una minaccia che dobbiamo tenere presente. Vi esorto a non aspettare che le conseguenze negative di questo medio termine arrivino…Dovete agire subito“. Traduzione: Putin ha comunicato agli oligarchi che l’interesse nazionale deve venire prima del profitto personale. Come dire: siamo sulla stessa barca, se affondo io venite giù con me.

Carissimo Marco, hai fatto una bellissima domanda. E hai ragione, di Africa si parla sempre troppo poco: lo stesso dicasi per il suo “gigante”, la Nigeria, con i suoi 213 milioni di abitanti. Duecentotredici milioni, avete letto bene. La preoccupazione del tuo amico di Owerri è a mio avviso fondata. È vero che Tinubu si pone in continuità con il presidente uscente Buhari (è stato un uomo decisivo nella sua amministrazione, lo chiamano “Il Padrino“) ma la soddisfazione degli ambienti jihadisti poggia su elementi concreti. In particolare sul fatto che Tinubu abbia deciso di infrangere una vecchia prassi dei candidati presidenziali nigeriani: quella di presentarsi in ticket con un vicepresidente di altro culto religioso. Ultimo esempio pratico: l’uscente Buhari, musulmano, aveva un vicepresidente evangelico, Yemi Osinbajo. TInubu ha invece optato per un vice musulmano come lui. Molti, dentro e fuori la Nigeria, hanno letto in questa mossa un segnale molto chiaro. Ed una decisione che in un Paese che vede il 51% di musulmani e il 46% di cristiani rischia di rendere, ebbene sì, il Paese una vera e propria polveriera.

Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
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