Pubblicato il Carico la pagina...
Pubblicato il Carico la pagina...

Pubblicato il 09 aprile 2023
“Quando è entrato in carica, il Presidente Biden riteneva che la cosa giusta per il Paese fosse porre fine alla guerra più lunga della storia americana e riportare a casa le truppe americane“.
È la frase che apre il rapporto della Casa Bianca su uno dei crocevia geopolitici più interessanti degli ultimi anni: il ritiro americano dall’Afghanistan. Ma è anche l’incipit che fa da apripista ad una serie di retroscena e ricostruzioni fino ad oggi rimasti sconosciuti. La premessa posta in essere da Washington è la seguente: “All’inizio, l’obiettivo dell’America non è mai stato quello di fare nation-building. Ma, col tempo, questo è ciò che ha fatto“. A più di vent’anni dall’inizio della guerra che intendeva sradicare dall’Afghanistan il network di terrorismo globale che ha consentito ad Osama bin Laden di distruggere tutte le sicurezze statunitensi, in primis quella dell’inviolabilità del proprio territorio, l’amministazione Biden prende atto di essere impantanata in una guerra “con obiettivi poco chiari e senza una fine in vista“.
Ma quando si mette nel mirino l’attuale presidente, attribuendogli per intero la paternità di un ritiro che ha lasciato un’onta sulla capacità dell’Occidente di tenere fede ai propri impegni, si fa un torto alla verità. Come rimarcato dal report, “le scelte del Presidente Biden su come eseguire il ritiro dall’Afghanistan sono state fortemente limitate dalle condizioni create dal suo predecessore“.
Quando Donald Trump entra in carica, nel 2017, gli Stati Uniti hanno in Afghanistan oltre 10mila soldati. Diciotto mesi più tardi, dopo aver inviato 3mila truppe in più per mantenere la situazione di stallo, il presidente ordina una mossa a sorpresa: chiede di stabilire un dialogo diretto con i Talebani. Lo fa senza consultarsi con gli altri partner NATO e occidentali, che pure negli anni hanno versato un elevato contributo in termini economici, di professionalità, e di sangue. Lo fa escludendo, dal tavolo dei negoziati, il legittimo governo afghano. Lo fa immaginando la gloria che deriverebbe da un accordo di pace favorito, stretto, siglato, dal presidente degli Stati Uniti in persona.
Ma c’è dell’altro. The Donald, nel settembre 2019 pensa ad un vero e proprio colpo di teatro. Non vuole soltanto incontrare i Talebani. Vuole anche portarli a Camp David, firmando la pace in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Questa storia merita di essere raccontata. Come ricostruito dal New York Times, Trump riunisce i suoi massimi consiglieri nella Situation Room, ma la tensione fa presto a salire di tono con il suo team di politica estera. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha il supporto di Zalmay Khalilzad, inviato americano in Afghanistan, nel sostenere che un accordo con i Talebani consentirebbe a Trump di dare inizio al ritiro dei soldati americani, assicurandosi allo stesso tempo l’impegno degli “studenti coranici” a non offrire rifugio ai terroristi. Chi non ci sta è John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale USA. In collegamento video da Varsavia, l’ex ambasciatore americano all’ONU alza la voce, sostiene che c’è modo e modo, per il presidente Trump, di mantenere la parola data in campagna elettorale sul fatto di ridurre l’impegno americano all’estero. Ma questo non prevede di “andare a letto con assassini sporchi del sangue americano“.
Trump sul momento non prende nessuna decisione definitiva, ma è in quell’occasione che ventila l’idea di concludere i negoziati a Washington. Ama la spettacolarizzazione. Vuole che tutto sia perfetto per il suo show. Per questo si dice certo che anche il presidente afgano, Ashraf Ghani, nonostante l’esclusione dai negoziati, parteciperà alla firma dell’accordo di pace nella capitale. Seguendo chissà quali tortuosi sentieri cerebrali, la mente del presidente nei giorni successivi sale ancora di livello. The Donald non si toglie dalla testa l’idea di accogiere i Talebani in pompa magna a Camp David, diamante incastonato tra i monti del Maryland, residenza presidenziale inaugurata come sede di incontri diplomatici nel 1943 da un signore di nome Winston Churchill, e sui libri di storia finita anche per il vertice del 1978 con il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin, da cui deriva appunto la dicitura di “Accordi di Camp David“.
Trump vuole ospitare i Talebani a tre giorni dall’anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. E i Talibani dal canto loro hanno già accettato l’idea di una ribalta internazionale. Di condizioni ne hanno posta solamente una: che l’evento abbia luogo soltanto dopo l’annuncio dell’accordo di pace che in quelle settimane è in fase di limatura. Non sembra una richiesta insormontabile. Eppure contribuisce in maniera decisiva al fallimento dell’operazione. Sì, perché Trump non vuole che l’incontro a Camp David venga letto come un evento soltanto cerimoniale, ma sostanziale. Sebbene a lungo tenuto a margine dei negoziati tra americani e Talebani, privo cioè delle informazioni dettagliate di cui gli sherpa dispongono, Trump è deciso ad esercitare il ruolo messo nero su bianco in un libro che ha segnato una parte importante della sua immagine di uomo di successo: “The Art of the Deal“. Donald pensa sé stesso come l’uomo delle trattative impossibili, colui che sigla gli affari più complicati. Ed è così anche questa volta. Vuol essere lui l’artefice dell’accordo di pace in Afghanistan. O, almeno, come tale vuole essere percepito in tutto il mondo. Per realizzare il suo disegno, ha già un piano ben preciso. Pretende di tenere incontri separati a Camp David, prima con i Talebani e poi con Ghani, emergendo infine come il mediatore di successo che ha chiuso l’affare che per quasi vent’anni ha tenuto impegnati (senza successo) i suoi predecessori alla Casa Bianca. È in questo modo che si sviluppa una sorta di diplomazia parallela.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
Retroscena, approfondimenti, dirette degli eventi che cambiano il mondo. Sali a bordo, naviga i mari in tempesta della politica internazionale.
Iscriviti