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Pubblicato il 11 aprile 2023

Sono le 15:00 del 23 febbraio 2022, orario di Mosca. È lì che la Storia sterza. Soltanto in quel momento, in quel preciso istante, che Vladimir Putin prende la decisione definitiva: attaccare l’Ucraina.
Parola di Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence di Kyiv, l’uomo che ancora oggi fatica a trattenere lo sdegno quando qualcuno prova a suggerire che i servizi segreti stranieri sapessero da tempo che i russi avrebbero invaso. “Fino al pomeriggio del 23“, dice ad Ukraïns’ka pravda, “c’erano ancora esitazioni e preparativi. Putin avrebbe potuto scegliere qualsiasi altra opzione prima di quella data“. Qualsiasi altra opzione, sì, e ognuna di queste si sarebbe rivelata migliore di una guerra su larga scala. “Il fatto è semplice“, spiega oggi Budanov, “lui (Putin) alza bruscamente la temperatura nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Entra nel processo negoziale. Durante le trattative alza ancora di più la temperatura, lancia diversi attacchi con armi ad alta precisione contro alcuni obiettivi in Ucraina e crea un’atmosfera di caos all’interno del Paese. In questo modo ci costringe a firmare le condizioni di cui ha bisogno. Tutto sarebbe stato molto più logico. E tutti gli hanno detto che c’èrano buone opzioni per i russi ed una non così buona: l’attacco frontale. Lui ha scelto l’attacco frontale“.
In Ucraina è ormai da settimane che ogni giorno può diventare “il giorno“. Gli allarmi delle agenzie di intelligence fissano l’inizio della guerra prima il 16 febbraio, poi il 19, dopo ancora il 22. Succede così che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, riceva il 23 mattina la telefonata di un importante ministro degli Esteri europeo. Quest’ultimo, sentendo il suo omologo USA definire l’invasione russa come “imminente“, si produce in un’esclamazione destinata ad invecchiare molto male: “Ancora con questa storia?“, sbotta con il collega. Già, ancora quella storia, ed è solo l’inizio.
Il team di Volodymyr Zelensky, dal canto suo, decide di dissimulare. Non vuole che l’opinione pubblica ucraina precipiti nel panico. Per i russi sarebbe un vantaggio insperato. I preparativi di difesa vanno avanti sottotraccia, ma all’esterno il presidente ostenta una sicurezza di cui in realtà non dispone. Emblematico di questa strategia comunicativa è quello che accade la sera del 23 febbraio in via Bankova, dove sorge l’Ufficio presidenziale.

Zelensky riunisce quasi tutti gli oligarchi e i più grandi imprenditori del Paese: a loro deve una risposta sulla domanda delle domande. Avrà inizio oppure no una grande guerra? Dai sorrisi degli uomini d’affari mentre montano in auto e si dirigono verso casa, anziché prendere d’assalto gli aeroporti, sembra chiaro che il presidente abbia rassicurato la compagnia: non avrà luogo alcuna invasione. Almeno: non quella notte.
Ma quando Zelensky, attorno alle 21:00, incontra nel suo ufficio gli speechwriters chiamati a realizzare un discorso sulla base del messaggio che il presidente vuole indirizzare, il suo volto non è disteso come dovrebbe. I presenti nella stanza lo descrivono con un’immagine che rende bene l’idea: sembra “un autista che guida di notte“. La concentrazione è massima, i cinque sensi in stato di massima allerta. Ed è da quella riunione che emerge una decisione particolare. Zelensky non si rivolgerà al popolo ucraino, ma a quello russo:
“Siamo separati da più di duemila chilometri di confine comune. Lungo di esso oggi ci sono le vostre truppe, quasi duecentomila soldati. Migliaia di veicoli militari. La vostra leadership ha approvato il loro avanzamento. E questo passo potrebbe essere l’inizio di una grande guerra sul continente europeo. (…) Non abbiamo bisogno di una guerra: né una guerra fredda, né una guerra calda, né una guerra ibrida. Ma se le truppe ci attaccano, se cercano di portarci via il nostro Paese, la nostra libertà, le nostre vite, le vite dei nostri figli – noi ci difenderemo! Non per attaccare – per difendere. Quando avanzerete, vedrete i nostri volti, non le nostre spalle – i nostri volti“.
Il video viene pubblicato sui canali social del presidente attorno alla mezzanotte. Il presidente e i membri chiave del suo team, nel frattempo, si lasciano alle spalle l’Ufficio presidenziale. Zelensky ricorda nitidamente di essere rientrato a casa “molto tardi“. Ma forse non può immaginare che da qualche parte lungo quel “confine di duemila chilometri“, qualcosa stia iniziando ad agitarsi.
Alexey Alexandrovich Lukoyanov è un giovane soldato russo che sta per ricevere l’ordine di attaccare. Nemmeno lui può sapere che di lì a poche ore sarà catturato.

“La sera del 23 febbraio – racconta oggi – il comandante dell’unità ci ha messi in fila. E ci ha detto: ‘Fra quattro giorni tornerete a casa. Gli ucraini non combatteranno per i loro oligarchi“. Poi l’ammissione: “Come tutti dicono, volevano prendere Kyiv in tre giorni. Siamo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale“.
La mattina del 24 febbraio i servizi segreti americani ribadiscono la previsione di un’invasione russa. Zelensky trascorre l’intera giornata a rassicurare gli ucraini ma a sera, per la prima volta, tutto cambia. I preparativi al fronte non lasciano più dubbi sul fatto che qualcosa stia per succedere. Valeriy Zaluzhnyi, comandante in capo delle Forze Armate dell’Ucraina, la mette giù così: “Non si può confondere l’odore della guerra con nient’altro. E questo odore era già nell’aria“. Anche Andriy Yermak, capo dell’Ufficio presidenziale, ricorda nitidamente quell’ultima sera di pace. E del resto come potrebbe mai dimenticarla? “Ho lasciato l’ufficio alle due e mezza del mattino. Pure il Presidente è uscito verso l’una. Per tutto quel tempo ci sono state riunioni. Sono appena tornato a casa e ricordo che Reznikov mi chiama verso le due o le tre del mattino. Mi dice che il Ministro della Difesa bielorusso lo ha chiamato e gli ha detto: ‘Credo che lei debba contattare urgentemente il suo omologo russo‘. Reznikov risponde che non ha alcun rapporto con lui, e perché avrebbe dovuto chiamarlo, cosa sta succedendo? ‘Beh, questo non posso dirglielo’, risponde il bielorusso. Era già chiaro che stava iniziando“.
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