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Pubblicato il 20 aprile 2023
L’81enne Rached Ghannouchi ha da poco riunito la propria famiglia per mettere fine al digiuno imposto dal Ramadan, quando circa 100 elementi delle forze di sicurezza, molti dei quali in borghese, fanno irruzione nella sua abitazione. È subito chiaro a tutti che intendano arrestarlo. Ciò che lo è meno è cosa gli agenti stiano cercando mentre mettono a soqquadro la sua residenza, perlustrandola da cima a fondo. Per due ore, fra le proteste dei familiari dell’ex presidente del Parlamento della Tunisia, gli agenti frugano tra i suoi documenti, rivoltano come calzini vecchi bagagli. Forse vogliono trovare le prove del complotto di cui già sospettano. Lo stesso che nel frattempo gli basta per motivare il suo trasferimento in una struttura militare della capitale.
Di cosa è colpevole Rachid Ghannouchi? In un incontro con alcuni membri del Fronte di Salvezza nazionale, principale coalizione di opposizione all’autoritario presidente Saied, ha avuto l’ardire di asserire quanto segue: “La rimozione dell’Islam politico è un progetto di guerra civile“.
Sono parole che gli valgono l’accusa di “cospirazione contro la sicurezza dello Stato” sulla base degli articoli 68 e 72 del codice penale tunisino. Ma la serata non è ancora finita. Mentre la figlia Yousra dà l’allarme e si attiva per portare all’attenzione dei media la notizia dell’arresto del padre, ad essere perquisite sono anche le abitazioni della sorella e di altri funzionari del partito islamista moderato Ennahda. Tre di loro finiscono in manette.
Anche il quartier generale dell’organizzazione politica viene fatta oggetto di un raid delle forze dell’ordine. Non hanno un mandato di perquisizione a giustificare l’irruzione, ma dichiarano comunque la chiusura della sede per almeno 3 giorni. L’indomani, la polizia vieta raduni fra le forze di opposizione; impedisce al partito di tenere una conferenza stampa sull’arresto del suo leader. Il presidente Saied interviene dichiarando che il Paese è impegnato in una “guerra spietata contro coloro che cercano di minare lo Stato e le sue istituzioni“. Ora, anziano e malato, Ghannouchi rischia una lunga detenzione, se non la pena di morte. Benvenuti in Tunisia.
La parabola intrapresa dal Paese nordafricano è inquietante. Per capire bisogna come si sia arrivati a questo punto bisogna riavvolgere le lancette della storia, fermarle al 17 dicembre del 2010, un venerdì, nella cittadina di Sidi Bouzid. Mohammed Bouazizi, 26 anni, di mestiere fa il fruttivendolo.

La sera prima di darsi fuoco, il giovane africano guarda la sua merce. Alla propria madre dice di non avere mai visto delle arance, dei datteri e delle mele così belle. “Con questa frutta“, aggiunge, “potrò comprarti dei regali. Domani sarà una bella giornata“.

L’indomani Mohamed si sveglia presto, prima dell’alba, come tutte le mattine. Ma sulla strada dissestata che conduce al mercato, due agenti di polizia gli si fanno incontro: vogliono rubare la sua frutta. Non è la prima volta che succede. Del resto nel paese tutti sanno che i poliziotti taglieggiano gli ambulanti. Ma Mohammed questa volta si oppone, non ci sta. A metterci una pezza è suo zio. L’uomo si rivolge al capo della polizia locale, chiede comprensione, di lasciare che il nipote possa lavorare in pace. Trova ascolto: il capo striglia i suoi agenti, Mohammed può andare. Ma Fedya Hamdi, la poliziotta che ha fermato il giovane, non accetta di chinare il capo. Fatto ritorno al mercato, nella strada principale di Sidi Bouzid, la poliziotta mette nel mirino proprio il carretto di Mohammed: è da lì che riempie un cesto di mele e lo infila in auto. Una volta. Ma alla seconda, racconta il vicino di bancarella di Mohammed, il ragazzo si mette di traverso. Hamdi non desiste, spinge via il fruttivendolo e lo colpisce col suo manganello. Poi si dirige verso la bilancia con cui Mohammed pesa la sua merce. Di nuovo il ragazzo tenta di raggiungerla, ma due poliziotti, giunti in supporto della donna lo bloccano e lo prendono a schiaffi davanti a circa 50 persone.
“Perché mi state facendo questo?“, urla disperato Mohammed Bouazizi, “sono un uomo semplice, voglio solo lavorare“. Esasperato dalla pubblica umiliazione che gli è stata riservata, il giovane decide di recarsi in municipio a denunciare l’accaduto. Ma un impiegato gli nega un incontro: “Vai a casa, dimentica quello che è successo“. Non può dimenticare, Mohammed, e ai suoi colleghi commercianti lo dice chiaramente. Ormai ha deciso: tutto il mondo saprà che veniamo trattati in questo modo, che il sistema tunisino è corrotto. “Mi darò fuoco“, annuncia ai suoi amici. Ma nessuno di loro, nemmeno per un attimo, dà credito a quella promessa. Sono le urla che arrivano da un paio di isolati di distanza a far capire a tutti che Mohammed faceva sul serio. Si è piazzato davanti al municipio, lo stesso che lo aveva respinto, e si è fatto avvolgere dalle fiamme. La sua carne arde, e lui grida disperato. C’è chi afferra un estintore, ma è vuoto. C’è chi chiama la polizia, ma nessuno viene. E pure l’ambulanza non si vede: trascorre un’ora e mezza prima che Mohammed venga soccorso.
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