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Pubblicato il 21 aprile 2023
È associato ad una telefonata il primo ricordo dell’invasione russa per Oleksii Reznikov, ministro della Difesa ucraino. Su Kyiv è calata la nebbia, il 24 febbraio del 2022. Sono da poco passate le 4:00 del mattino quando lo smartphone squilla. Due ore prima rispetto alla sveglia impostata per le 6:00. Il tono di voce di Valeriy Zaluzhnyi non ammette repliche: “Oleksii Yuriiovcyh“, scandisce con tanto di patronimico il comandante in capo delle Forze Armate, “hanno attaccato“. Reznikov non ha bisogno di sapere chi, neanche di immaginare dove: “Capito. Sarò da te fra 20 minuti“.

La consapevolezza di essere appena entrati nei libri di storia si fa spazio senza troppa difficoltà. Del resto basta prendere visione del “new normal” all’esterno del suo ministero per capire che l’invasione dell’Ucraina è davvero iniziata. Le classiche uniformi dello staff lasciano il posto a giubbotti antiproiettile ed elmetti. Dalle finestre del palazzo spuntano le mitragliatrici. Il via vai di gente che trasporta sulle sue spalle i sacchi necessari per le fortificazioni evoca l’immagine di un formicaio: ognuno sa esattamente qual è il suo compito, ed è intenzionato a portarlo a termine. Non c’è spazio per l’emotività, nessuno tradisce ansia o angoscia. D’altronde, dice Reznikov, Zaluzhnyi “si era preparato per questo attacco per tutta la vita, e ora era giunto il momento. Stava solo facendo il suo lavoro“.
Anche Ruslan Stefanchuk, speaker della Verkhovna Rada, è chiamato a svolgere la sua opera.

Tocca a lui riunire il parlamento ucraino affinché approvi il decreto con cui il presidente Zelensky introduce la legge marziale e la mobilitazione generale. Ma convocare una sessione di lavori quando il tuo Paese è sotto le bombe non è esattamente una passeggiata. Nelle chat di partito prende corpo l’ipotesi che la seduta abbia luogo per ragioni di sicurezza non nella sala delle assemblee, ma in una stanza collocata al di sotto della Statua della Madre Patria, simbolo dell’Ucraina.

Molti parlamentari hanno già raggiunto la costruzione quando uno di loro decide di informare i suoi followers con una diretta streaming della scelta di riunirsi in un luogo diverso da quello tradizionale. Tutto da rifare. Appuntamento al numero 5 di via Hrushevskoho, appuntamento alla Verchovna Rada.
Fra i tanti che si presentano c’è anche Petro Poroshenko, che dell’Ucraina è stato presidente.

Nel 2014 è stato lui a firmare su un tavolino da caffè gli Accordi di Minsk con Vladimir Putin. È una scelta che rivendica: si dice certo che quell’intesa abbia consentito a Kyiv di comprare 8 anni di tempo. Otto anni per costruire un esercito in grado di reggere l’urto delle truppe russe.

Quello che vede una volta fatto il suo arrivo alla sede del Parlamento, però, non gli piace: “La mia impressione? Un numero enorme di persone spaventate. Non erano solo i deputati, ma anche persone delle strutture di supporto che non sapevano cosa sarebbe successo. Per come l’hanno messa, era necessario evacuare il Parlamento per garantire il funzionamento del Paese. Ho detto loro: ‘Se evacuate il parlamento, in primo luogo, io non me ne andrò. In secondo luogo, avete il diritto di farlo, ma invierete un segnale molto forte a tutti di fuggire da Kiev. Chi vuole andarsene se ne vada, ma che non si sappia in giro. Dobbiamo restare qui per dimostrare che siamo determinati e non abbiamo intenzione di consegnare Kyiv“.
In quei frangenti è come se si sviluppasse una continuità ideale fra uomini delle istituzioni. C’è un ex capo dello Stato che chiede ai parlamentari di non lasciare sguarnita la capitale. Ed uno in carica che a chi gli propone la fuga risponde orgoglioso: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio“.
Alle 8 e tre minuti Oleksii Danilov, Segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale, prende la parola. Rivolgendosi all’uditorio dichiara quanto segue: “Onorevoli parlamentari e cittadini del nostro Paese, alle cinque di questa mattina la Federazione Russa ha effettivamente dichiarato guerra al nostro Paese indipendente. Oggi le truppe russe hanno attaccato le nostre pacifiche città e i nostri villaggi. I combattimenti sono iniziati ai confini del nostro Paese oggi alle 5 del mattino. Il Presidente dell’Ucraina ha convocato una riunione del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale alle 5:30 di oggi, dove è stata adottata una decisione urgente per introdurre la legge marziale nel nostro Paese. Vi chiedo di sostenere questa decisione, questo decreto presidenziale, perché ne abbiamo un disperato bisogno. I nostri soldati oggi sono in combattimento, difendono il nostro Paese, tutti sono al loro posto e non cederemo la nostra terra a nessuno. Questo è il nostro Paese e lo proteggeremo“. Il Parlamento reagisce con un sussulto, sfoga la tensione in un applauso fragoroso. Nella votazione che viene dopo solo in dieci si astengono. Ma fra i 300 che votano a favore ci sono anche i deputati che fino a poche ore prima erano catalogabili alla voce “filorussi”. Poroshenko ricorda di averli “notati a malapena. Erano silenziosi come topi!“. Stefanchuk è più diplomatico: “È difficile per me valutare il loro stato interiore, ma sono venuti, hanno votato a favore e sembravano scioccati da quanto stesse accadendo. Non avrei mai voluto essere nei loro panni quel giorno“.
Eppure in quei frangenti un’altra questione delicata viene messa ai voti. Può sembrare un argomento tecnico, da burocrati, ma è invece politica, di vitale importanza per la libertà dell’Ucraina. Lo speaker Stefanchuk ha la lucidità necessaria per sottoporla ai deputati. Chiede infatti di prolungare la sessione plenaria, senza chiuderla, e di avere il diritto di determinare, in qualità di presidente, “l’ora, il luogo e il metodo di voto delle sessioni plenarie della Verkhovna Rada dell’Ucraina in futuro“. Il motivo è semplice: garantire che il parlamento possa continuare a riunirsi legalmente, che sia nella metropolitana di Kyiv o in qualsiasi altro luogo dell’Ucraina, qualora la capitale venga circondata.
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