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Pubblicato il 23 aprile 2023
In tempi non sospetti, durante il governo Conte II, scrissi quanto segue: Luigi Di Maio è il peggiore ministro degli Esteri che l’Italia abbia avuto nella sua storia repubblicana. Confermo quel giudizio. Ma quello stesso ministro, alle direttive di un altro premier, ha rivisto diametralmente le sue posizioni. Ha ammesso i suoi clamorosi sbagli. Chiesto scusa per i propri abbagli.
Chi lo conosce garantisce: Di Maio ha studiato, Di Maio è cambiato. Vedendolo congedarsi dalla Farnesina, molti funzionari lo hanno abbracciato, alcuni commossi. Lo scrivo perché non è facile conquistare la stima di un personale d’eccellenza. E ora voi direte, giustamente: sbagliare, chiedere scusa, studiare, farsi benvolere, tutto questo non basta a motivare il prestigioso e delicato ruolo di inviato UE che Luigi Di Maio si è visto consegnare.
Concordo. Mettiamola così: se osservate la cartina, giusto a ridosso del Golfo Persico, vedrete la Siria, capitale Damasco.
Adesso capite? Era tutto scritto. Forse già nelle Scritture: Di Maio folgorato sulla via di Damasco. Nessuna tentazione blasfema, sia chiaro: ma là dove Saulo diventa Paolo, il grillino si trasforma in Di Maio, uomo e politico nuovo. Miracolo di Mario Draghi in persona.
E se è vero, come pare, che Super Mario abbia sentito di sponsorizzarne la candidatura, garantendo personalmente sul reale valore di Di Maio dopo assidua frequentazione, allora vien da chiedersi chi siamo noi per inarcare il sopracciglio.
Rispondo io: siamo italiani, e Di Maio pure. Questo è l’aspetto che più conta della nomina di Borrell. Meno provincialismi. Passiamo oltre.
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