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Pubblicato il 25 aprile 2023
Nel settembre 2013, quando Xi Jinping per la prima volta formula l’ipotesi di dare vita ad una Nuova Via della Seta, Giuseppe Conte è ancora un semisconosciuto professore di diritto privato, impegnato nella stesura di imperdibili libriccini quali “Il linguaggio della difesa civile“. Che l’uomo non manchi di autostima è cosa nota. Che coltivi una certa ambizione pure. Ma forse nemmeno lui, a quel tempo, può spingersi ad immaginare che di lì a pochi anni si ritroverà protagonista della svolta geopolitica più grave che la storia dell’Italia repubblicana abbia mai raccontato.
Il dilemma vige ancora. I pontieri che per mesi lavorano all’intesa davvero credono che il Protocollo sia un accordo di natura prettamente commerciale? C’è dolo o negligenza nell’avallare il disegno strategico della Cina comunista? Sottovaluzione o piena consapevolezza delle conseguenze cui l’Italia – primo ed unico Paese del G7 ad aderire alla Via della Seta – andrà incontro abbracciando il nuovo ordine mondiale con “caratteristiche cinesi” delineato a pochi passi dalla Città Proibita?
Qualcuno, in quei giorni convulsi, avvolti da un’inquietante cortina fumogena, lascia intendere che si tratti in fondo di una mera questione di soldi. Che male c’è ad esportare le arance siciliane nel mercato cinese, a far guadagnare di più le eccellenze italiane? Niente, se non fosse che quel Memorandum d’Intesa è la messa nero su bianco di un disegno strategico che, attraverso collegamenti infrastrutturali, marittimi e terrestri, il Dragone ha intenzione di perseguire per modellare a propria immagine e somiglianza gli equilibri economici e geopolitici mondiali. Con il sostegno del governo gialloverde di Giuseppe Conte.
Emblema dell’operazione – lato italiano – è un sottosegretario di cui fino a quel momento si conosce ben poco. Si chiama Michele Geraci e per tutti, da un po’ di tempo a questa parte, è ormai diventato “il cinese”.

Ha trascorso la maggior parte della sua vita in giro per il mondo, e nel governo è entrato grazie alla Lega di Salvini. Anzi, a dirla tutta, pare che Salvini di lui si sia politicamente innamorato. Basti dire che tra i primi nomi spesi dal segretario del Carroccio come possibile premier dell’alleanza gialloverde c’è proprio il suo, quello di Michele Geraci.
La storia è nota, e racconta che al professore di Finanza quotatissimo tra Shanghai e Zhejiang sarà infine preferito quello di Volturara Appula. Eppure, senza troppo esagerare, si può in fondo considerare Geraci “padre putativo” del governo M5s-Lega. È lui il primo a teorizzare che le misure bandiera dei due partiti – reddito di cittadinanza da una parte, flat tax dall’altra – non solo possano stare insieme, ma addirittura si sposino alla perfezione. Ed è sempre lui, a più riprese, ad intervenire sul Blog di Beppe Grillo, altro noto estimatore del Dragone, firmando articoli in cui il modello cinese non solo viene esaltato, ma addirittura suggerito come orizzonte per le civiltà occidentali.
Già, la Cina. È questa la sua grande passione. Dopo una carriera da banchiere di investimenti non così memorabile (eufemismo) nella City, l’ingegnere elettronico reinventatosi esperto di finanza viene folgorato sulla via di Pechino. Impara la lingua, la maneggia con disinvoltura, si spende in ogni contesto per promuovere le relazioni Italia-Cina. E quando nel 2018 entra nel governo con il ruolo di sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe al commercio estero diventa subito chiaro che Geraci non si lascerà sfuggire l’occasione. Una volta piazzato alla guida della “Task Force China”, la sua attività è paragonabile a quella di una trottola. Innumerevoli viaggi in Oriente, migliaia di km macinati, nessuno può dire che Geraci non si impegni per raggiungere l’obiettivo. C’è dunque anche il suo zampino nella visita che da molti viene identificata come “decisiva” nel percorso di adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta. Questa è datata novembre 2018, ed è probabilmente l’occasione in cui per la prima volta Luigi Di Maio promette di far salire l’Italia sul carro cinese. Alla China International Import Expo di Shanghai, qualcuno spinge addirittura perché l’allora ministro dello Sviluppo Economico si impegni ufficialmente, ma i tempi non sono abbastanza maturi. Non ancora. Eppure Di Maio non si limita a promuovere i prodotti del Made in Italy: stringe mani, assesta pacche sulle spalle, lascia intendere che la strada è tracciata, pone le basi per il viaggio del potente ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Roma.

È vero, come fanno notare alcuni esponenti gialloverdi, che i primi a mostrare interesse per la Nuova Via della Seta sono i governi Renzi e Gentiloni, ma a quel tempo lo scontro USA-Cina deve ancora entrare nel vivo, la guerra dei dazi non è alle viste e il disegno strategico di Xi è lontano dall’essere così definito. Quella in lavorazione a Roma nelle prime settimane del 2019 è virata di stampo geopolitico, non intesa commerciale. A dimostrarlo è la nebbia che avvolge il Memorandum fino a pochi giorni dalla sua firma. Tutti sanno che gli artigli cinesi si allungheranno sulla rete dei porti italiani, identificati in tempi non sospetti come piattaforme ideali per proiettarsi in Europa, in Africa, in tutta l’area del Mediterraneo allargato. Ma a pochi giorni dall’arrivo in Italia di Xi e della sua mastodontica delegazione, le figure chiave del sistema porti italiano ignorano i dettagli dell’intesa. E lo stesso vale per tutte le altre parti – non politiche – interessate dall’accordo. Serve altro per capire che il gioco sia (geo)politico?
Nonostante la portata della posta in palio, non c’è passaggio parlamentare a giustificare una svolta tanto grande, un errore tanto grave. Tutto, o quasi, si decide a Palazzo Chigi. A livello governativo, uno dei punti di rottura dell’esperienza gialloverde coincide con la missione negli Stati Uniti di Giancarlo Giorgetti. Dall’1 al 4 marzo 2019 l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio è protagonista di un viaggio riparatore in quel di Washington. Incontra, fra gli altri, il segretario del Tesoro Steven Mnuchin e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, ascoltatissimo alla Casa Bianca quando si tratta di esteri. Sì, perché quando mamma America comprende che Roma fa sul serio attiva subito i suoi canali. Al suo rientro in Italia, Giorgetti è visibilmente allarmato. Oggi sembra difficile da credere, ma a dare la dimensione dello stato dei rapporti all’interno di quel governo, a dire di quanto l’asse politico penda verso Pechino, c’è il fatto che sia Matteo Salvini ad assumere i panni del campione atlantista. Non è solo. In particolare un altro sottosegretario leghista rende palese la divisione all’interno del governo. Si chiama Guglielmo Picchi, è impegnato alla Farnesina, ed alcuni suoi tweet sulla necessità di non firmare quell’accordo creano scompiglio all’interno dell’esecutivo.

L’asse Di Maio-Conte è costretto ad una revisione dei documenti. I “deliverables” da firmare, come d’improvviso, diminuiscono da 50 a meno di 30. Gli uffici si producono in una riscrittura degli stessi. Per mitigare l’impatto esterno viene fatta aggiungere ovunque la parola “UE“, dolcificante con cui rendere meno amara la medicina da ingoiare. Tra uomini M5s e Lega è crisi di fiducia: succede ad esempio che i due accordi sui porti vengano tenuti nascosti anche a chi lavora all’interno della Farnesina in quota Carroccio, e che gli stessi riescano ad accedere a tali documenti soltanto passando da altri dicasteri.
Gli Stati Uniti considerano esistenziale la sfida con la Cina, non accettano che un Paese alleato come l’Italia si renda protagonista di un tradimento tanto palese. Persino l’ideologo dell’estrema destra, Steve Bannon, guru sovranista, si attiva per sconsigliare all’amico Salvini un errore che potrebbe rivelarsi fatale. Ma Giuseppe Conte non sembra sentirci. Quando Garrett Marquis, portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale USA, un organo presieduto dall’inquilino della Casa Bianca in persona, definisce la Belt and Road un’iniziativa “realizzata dalla Cina, per la Cina“, quando chiarisce che l’approvazione del governo italiano “potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia nel lungo periodo“, l’avvocato non arretra. Ha fatto la sua scommessa, Giuseppe Conte. Punta su un nuovo mondo bipolare, un ordine in cui conta non più la fedeltà al proprio campo d’appartenenza, ma la capacità di giocare contemporaneamente su più tavoli.
Non è finita. Non è un caso che l’ambasciatore americano in Italia si spinga fino a Trieste, diamante della rete portuale del Belpaese, per dichiarare gli Stati Uniti “preoccupati che alcuni investimenti stranieri possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale dell’Italia“. Eccole, le conseguenze che gli americani hanno paventato a Roma. C’è già chi sente il fiato sul collo delle agenzie di rating, chi teme che le newyorchesi Fitch e Standard & Poor’s sfogheranno sull’Italia la rabbia americana per il clamoroso voltafaccia subito. Per non parlare del fatto che in quei giorni l’Italia è un Paese indebitato per il 133% del proprio PIL: cosa succede se gli americani smettono di finanziare il nostro debito? È in quelle ore che sul Financial Times fa la sua comparsa una clamorosa indiscrezione: circola già la bozza di un accordo in cinque pagine per un prestito all’Italia da parte dell’Asian Infrastructure Investment Bank, alternativa “cinese” ad istituzioni “americane” come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
Le riunioni a livello governativo, man mano che la visita di Xi in Italia si avvicina, diventano sempre più infuocate. Al netto delle smentite di rito, i Cdm si trasformano in incontri serrati. Volano parole grosse. Salvini predica prudenza, chiede di rinviare la firma. Conte gli risponde che senza quella salterebbe addirittura la visita di Xi in Italia, oltre che tutte le altre forme di collaborazione già accordate con la Cina. Il leader del Carroccio lamenta allora di non essere stato coinvolto sui dossier. E quegli altri replicano: “Ma come? Ma se di tutto si è occupato il tuo sottosegretario, Michele Geraci?“. La tensione continua a salire quanto più va delineandosi che per quanto non vincolante – o meglio, a maggior ragione poiché non vincolante – la firma del Memorandum segna la volontà del governo di Roma di compiere il salto della barricata geopolitica. No, non è un flirt estivo quello fra Conte e Xi: è un tradimento in piena regola dell’Italia nei confronti dell’alleato americano. Il Quirinale, a questo punto, non può più restare a guardare.
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