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Iniziata il 30 aprile 2023
Ad un certo punto della Storia, se questa avesse preso un’altra piega, se il tiro a dadi del destino avesse optato per un’altra somma, Oleksii Chernyshov avrebbe potuto essere molto più che il semisconosciuto direttore della compagnia energetica nazionale ucraina, avrebbe potuto essere il suo legittimo leader. Non che il gigante di Kharkiv ne sia dispiaciuto: la sua ascesa al potere avrebbe significato nient’altro che la probabile morte di Volodymyr Zelensky, niente di così lontano dal successo totale della Russia di Vladimir Putin.

La mattina del 24 febbraio 2022 è il giorno in cui l’incubo non bussa alla porta, la sfonda. È in momenti come questi che scenari tradizionalmente impronunciabili diventano d’attualità. Con i sabotatori russi a pochi km dall’ufficio presidenziale, con una guerra iniziata da poche ore e già apparentemente segnata, è giusto domandarsi: ci sarà Ucraina dopo Zelensky?
Il quesito non ha necessità di essere espresso ad alta voce. E non perché sono solo le 5:00 del mattino quando il primo ministro Denis Shmyhal avvisa lo stesso Chernyshov che l’invasione è iniziata. Ma perché ognuno comprende perfettamente quale sia la posta in palio, quale sia il dovere che attende i difensori di Kyiv. Occorre allora mettersi all’opera.

Ma ciò che deve fare Chernyshov, allora ministro ucraino per lo sviluppo delle comunità e dei territori, non è quello che lui stesso si aspetterebbe. No, davvero in nessun modo, neanche nel peggiore degli scenari, può immaginare che da lì a poche ore gli verrà chiesto di guidare il governo ucraino in caso di caduta, uccisione o cattura della leadership “ufficiale”.
Della riunione che avrebbe potuto cambiare per sempre le sue sorti, Chernyshov ha conservato un manoscritto. Appunti scarabocchiati su un pezzo di carta, forse per imprimere con maggiore forza nella mente la portata della posta in palio. “La guerra è iniziata. Un’invasione su larga scala“: sono queste le prime parole che tutti i ministri si sentono rivolgere. Poi si entra nel dettaglio.
La massima leadership politica del Paese ha deciso che esiste un solo modo per ridurre il rischio che l’Ucraina venga privata della propria sovranità: dividere il governo in due. Il piano è il seguente: un primo gruppo di ministri deve restare a Kyiv. Sono coloro che si adeguano ai voleri di Zelensky, sono gli eroi che danno seguito alla frase che ha cambiato il destino della guerra: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio“. Ma poi c’è l’altro gruppo: dovrà essere composto da un numero minimo di 12 ministri, per far sì che la sua legittimità non possa venire mai messa in discussione. A chi appartiene al secondo gruppo non è richiesto meno coraggio: nella vita, spesso, restare ai margini è più faticoso che combattere nell’arena. La funzione del governo in esilio è chiara: qualora la situazione precipiti nella capitale, toccherà a questo esecutivo incarnare la posizione ufficiale dell’Ucraina sulla scena internazionale. A Kyiv restano i ministri dell’Interno, della Sanità, delle Infrastrutture, dell’Energia e della Difesa. Tutti gli altri devono partire, mettersi al sicuro. Ma Iryna Vereshchuk, vice primo ministro, interrompre il suo superiore, Denis Shmyhal: “Io non vado da nessuna parte. Cosa farò lì?“. Risposta: “Questa è la decisione del presidente“.

Sì, perché è Volodymyr Zelensky che sta pianificando il futuro del Paese, anche per il caso peggiore: la caduta di Kyiv.
Il ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, è chiamato a restare a Kyiv. Si tratta di una decisione ovvia: non c’è posto migliore della capitale per coordinare gli sforzi militari.

È lui a raccontare come il governo sia riuscito nella difficile impresa di non perdere il collante fra i vari apparati. Le riunioni dell’esecutivo avvengo “quasi” come sempre: “Ognuno è seduto al proprio posto: in un bunker, in un ufficio sconosciuto, nello stabilimento balneare di un amico o per strada“. L’altra metà del governo, quella “in esilio”, si collega dall’Ucraina occidentale: è questo che assicura che il sistema non collassi, che il coordinamento politico e militare di Kyiv rasenti la perfezione. Oggi il primo ministro Shmyhal ha la lucidità per esibirsi in un paradosso: la pandemia si è rivelata una benedizione per il suo governo. È nei giorni in cui il mondo si chiude la porta alle spalle, in cui lo smart working assomiglia ad un destino ineluttabile, che l’esecutivo ucraino prende le misure con lo strumento del “governo a distanza”. Shmyhal ricorda: “Ci siamo abituati a vedere le persone che bevono il té a casa o che si aggiungono alle call dalle loro auto. Il mio gatto, Maine Coon, mi ha spesso raggiunto per salutare tutti i presenti online“. Sono allenati. Ma tra la decisione di dividere il governo in due e la messa in atto del piano si frappone il caos del 24 febbraio. Come si mettono in salvo dei ministri mentre cadono le bombe, mentre infinite colonne di carri armati restituiscono l’idea di una battaglia senza speranza?
Oleksii Chernyshov ha un ricordo nitido di quei momenti. E, del resto, come potrebbe essere altrimenti? Il primo giorno da capo ad interim del “secondo governo” porta in dote la responsabilità di organizzare l’evacuazione dei “suoi” ministri, di realizzare il loro trasferimento in un luogo sicuro. Ad occuparsi concretamente della missione è Oleksandr Kubrakov, ministro delle Infrastrutture.

Quando l’invasione russa prende il via, lui è uno dei pochi a non essere rincasato, è ancora in ufficio a lavorare. A scandire il ritmo del suo cuore sono le telefonate che gli arrivano dai direttori degli aeroporti di Kharkiv, Kherson, Zaporizhzhia, Dnipro. Le piste di atterraggio sono state chiuse. Così come lo spazio aereo. È già giorno quando il primo ministro gli ordina di iniziare a cercare un treno che porti i ministri e le loro famiglie lontano da Kyiv. Un treno su cui trasportare i documenti segreti più importanti al sicuro dalle bombe che ora fanno vibrare le finestre della capitale. Così tutti i dirigenti delle ferrovie ucraine vengono mobilitati per riuscire a mettere insieme due treni. E lo sforzo produce risultati, ma ogni volta che tutto sembra pronto per la partenza arriva un imprevisto, un’informazione che fa slittare il via.
Devono partire a mezzogiorno, e non lo fanno.
Devono partire all’una, e non lo fanno.
Devono partire alle due, e finalmente lo fanno.
L’intermezzo sono le telefonate di Chernyshov a Kubrakov: “Dov’è il treno? Quando parte? Perché non è ancora partito?“. Nessuno si immagini niente di lussuoso. Quello che deve condurre in salvo il “secondo governo” è un treno del tutto normale, composto da alcune carrozze di riserva, tutte spaiate; è un treno semivuoto, sorvegliato da un’unica guardia di sicurezza munita pistola; è un treno guidato da un autista che non ha idea di dove stia andando o se arriverà mai alla meta. Sì, perché il viaggio appare infinito. Tra una svolta e l’altra, pensata solo e unicamente da Chernyshov per “depistare” eventuali inseguitori, trascorrono 20 ore prima che la compagnia arrivi a destinazione. Già, ma quale? “Per quanto riguarda la scelta del luogo, abbiamo considerato diverse opzioni“, dice oggi Chernyshov. Mentre tutti danno per scontato che sia Leopoli la meta ideale è solo quando tutti i ministri sono in viaggio che si prende la decisione definitiva, è solo allora che si sceglie di puntare verso l’oblast di Ivano-Frankivsk. È a quel punto che a Kyiv ha inizio il caos.
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