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Pubblicato il 12 maggio 2023
Quand’è che un leader abbraccia un modello di governo autoritario? Quando ha paura di perdere il consenso democratico, si potrebbe dire. Forse, ma troppo generico. E allora: qual è il momento esatto in cui un uomo cambia, un capo si trasforma? Rispondere è difficile. Come chiedervi l’ora, il minuto e il secondo in cui il primo capello bianco ha fatto capolino sulle vostre tempie. Ma chi studia la figura di Recep Tayyip Erdogan per una volta non ha dubbi: è durante le proteste del 2013, a Gezi Park, che il Sultano, per la prima volta, si percepisce fragile, esposto agli umori della piazza, vulnerabile ad una svolta dal basso che non riteneva possibile.
C’è vita, al di fuori della sua torre d’avorio, e questa vita lo ferisce, lo indigna. Come può essere che la sua Istanbul ne chieda la testa? In piazza, nelle strade, una moltitudine di persone, esprime quantità di odio tale da sconvolgere il Reis. No, Recep Tayyip non può accettare di restare alla mercé di alcuno, figurarsi di quegli ingrati. È così che ha inizio il circolo vizioso. Il Sultano non fa ammenda, piuttosto rilancia, si convince della necessità di serrare i ranghi, di eliminare dalla scena pubblica tutti i possibili rivali. Incluso il più pericoloso, l’ex alleato, Fetullah Gulen.

La guerra cui dà inizio è senza quartiere. Erdogan colpisce il rivale dove fa più male: nel portafogli. Ordina infatti la chiusura di tutte le scuole religiose di Gulen, così bloccando la maggiore fonte di guadagno del nemico. Ma questi reagisce in maniera speculare, alzando se possibile l’asticella. Media vicini a Gulen pubblicano infatti intercettazioni clamorose: Erdogan, a colloquio con il figlio Bilal, parla al telefono della necessità di nascondere un’ingente somma di denaro contante.

Quello che gli apparati vicini al religioso fanno filtrare alla stampa è uno scandalo di corruzione di incredibili proporzioni. Erdogan nega ogni addebito: fake news, dicono subito i suoi. Ma nuove fragorose proteste scoppiano nel centro di Istanbul. Ancora una volta la fine appare vicina, ancora una volta Recep Tayyip Erdogan ha altri piani. Anziché nascondersi, piuttosto che restare sulla difensiva, il Sultano esce allo scoperto. Presentandosi in Parlamento, sfida apertamente i suoi rivali.

Erdogan denuncia un complotto (l’ennesimo) ai suoi danni, purga pure i dissidenti interni all’AKP. E lo fa perché comprende una volta di più quanto le leve del potere siano la garanzia sulla sua vita, su quella della sua famiglia. Quella che conduce non è più (non è solo) una partita politica, ma una battaglia esistenziale. È così che ancora una volta tira fuori il coniglio dal cilindro. A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, il Sultano pone fine al suo terzo (e ultimo, secondo Costituzione) mandato da primo ministro. La scelta di rinunciare al potere esecutivo può apparire azzardata, a maggiore ragione considerando che la presidenza turca ha una valenza perlopiù cerimoniale. Ma Erdogan è uno stratega con pochi pari: prima vince le elezioni, poi indica come primo ministro il suo alleato Ahmet Davutoglu.

Manca solo la ciliegina sulla torta, un successo alle elezioni parlamentari, per blindare il potere. Tra il dire e il fare ci sono gli 11 milioni di voti curdi di cui Erdogan ha un disperato bisogno. Ed il Sultano fa di tutto per assicurarsi il loro sostegno, anche tendere la mano ad una minoranza da sempre discriminata in patria.
Erdogan convoca i due leader della minoranza curda, Selahattin Demirtas e Ahmet Turk, garantisce loro il massimo impegno per risolvere l’annosa questione etnica.

Di più: dà mandato ai vertici dell’intelligence turca di incontrare segretamente, in quel di Oslo, i rappresentanti del PKK, perché siglino una tregua con l’organizzazione terroristica.
Si respira aria di svolta storica, ma la Storia ha altri programmi.
I curdi siriani al confine stanno infatti combattendo contro l’Isis e guadagnando terreno: Erdogan teme che anche i curdi della Turchia si sentano incoraggiati da quei progressi, non vuole che imbraccino nuovamente i fucili. Così girano strane voci: si dice che per favorire l’equilibrio sul terreno, Erdogan collabori con i terroristi dello Stato Islamico, che invii di nascosto armi ed informazioni di intelligence tali da rallentare l’avanzamento curdo. Accuse respinte al mittente con sdegno, da parte del Sultano. Ma intanto il voto arriva. E il giovane avvocato Selahattin Demirtas – oggi in cella nella speranza che un successo di Kılıçdaroğlu gli porti in dono l’amnistia – riunendo sotto un unico cartello elettorale la maggior parte delle formazioni curde riesce nell’impresa: con il 14% a livello nazionale, il suo partito ottiene 80 deputati, quanto basta perché l’AKP perda la maggioranza parlamentare.

Ora tutto può succedere. Erdogan per la prima volta dal 2003 rischia di dovere rinunciare al potere per via elettorale. Ma con le consultazioni ancora in corso, quando è passato appena un mese dal voto, due poliziotti vengono uccisi al confine con la Siria. E il partito di Erdogan non si fa pregare. Ad assassinarli – dicono i fedelissimi del Reis – è stato il PKK. È la scintilla che fa scoppiare l’incendio. Tra attentati nelle maggiori città turche, bombardamenti contro l’Isis e sui curdi, è il caos. Erdogan convoca elezioni lampo per uscire dallo stallo. Il messaggio è chiaro: volete questo disordine o l’uomo della stabilità? Di nuovo, come sempre, vince la sua scommessa.
Eppure, a pochi mesi dalle elezioni, qualcosa si incrina nel rapporto fra il presidente ed uno dei suoi uomini chiave. Quel Davutoglu che dagli Esteri occupa ora la casella di primo ministro, non sembra rispondere al Sultano come dovrebbe. Un dossier attribuito al genero di Erdogan viene passato alla stampa: ad essere evidenziati sono i tentativi di Davutoglu di disobbedire o sabotare il presidente. “Volevano un fantoccio“, rivendica oggi Davutoglu, che con i suoi occhi vispi sostiene: “Le mie dimissioni sono state un golpe indiretto“.

È il maggio del 2016: serviranno circa 60 giorni perché in Turchia prenda vita un golpe vero.
Il giorno della resa dei conti gli uomini di Fetullah Gulen sono costretti ad anticipare i loro piani di qualche ora. Gli apparati statali hanno infatti intercettato i preparativi dei golpisti e intendono procedere a delle purghe. Ma i gulenisti a loro volta captano il pericolo, così entrano in azione. Sono le 22:00 del 15 luglio 2016 quando la Jandarma, una delle branche delle forze armate turche, chiude con i carri armati i due ponti sul Bosforo.
Jet da combattimento ed elicotteri sorvolano a bassa quota sia Istanbul che Ankara, si avvertono degli spari ed esplosioni. Diciannove minuti: è il primo ministro Yildirim a rivolgersi alla nazione confermando che è in atto un tentativo di colpo di stato. Diviene subito chiaro che l’obiettivo dell’operazione è Recep Tayyip Erdogan. Ma dove si trova il presidente? Nessuno lo sa. O meglio, qualcuno sì. Metin Kulunk, parlamentare dell’AKP, si sente in dovere di allertare immediatamente il capo della sicurezza personale del presidente.

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