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Pubblicato il 17 maggio 2023
In un qualunque Paese normale, e dunque non in questo, il tweet in cui Matteo Salvini mescola una catastrofe ambientale fatta di morti e danni inquantificabili con una sconfitta della sua squadra del cuore porterebbe ad inevitabili dimissioni.

Devo ribadirlo: in un qualunque Paese normale, e dunque non in questo.
In un qualunque Paese normale, e appunto non in questo, il presidente del Consiglio convocherebbe stamane il suo ministro. A quattr’occhi chiederebbe conto dell’ultima alzata di testa in pochi giorni. A porte chiuse urlerebbe al punto da farsi sentire pure fuori. Infine domanderebbe quali tipi di traumi stiano a motivare questo ormonale utilizzo dei social, e cosa si celi dietro l’adolescenziale incapacità di gestire i propri impulsi, quale sia la mancanza che giustifica la tendenza ad incappare un giorno sì e l’altro pure in battute di dubbio gusto e nullo stile.
Diagnosticata l’irrecuperabilità del soggetto, il presidente del Consiglio in questione chiederebbe al suddetto ministro un passo indietro. Probabilmente ricevendo in risposta un grugnito di incomprensione.
A quel punto in un Paese normale e scusate se mi ripeto, ma dunque non in questo, i colleghi di partito del ministro verrebbero in soccorso del premier. Gente alla Giorgetti, alla Zaia, alla Fedriga, persone cui viene riconosciuta una certa serietà, troverebbero il coraggio che per anni gli ha fatto difetto, segnerebbero il gol che il Milan ieri non ha segnato, formerebbero un cordone sanitario attorno al vecchio leader, lo accompagnerebbero vigorosamente alla porta.
Ebbene sì, in un Paese normale, e prometto di dirlo per l’ultima volta, che non è questo, il premier pur di non accompagnarsi ad un personaggio simile rischierebbe di aprire una crisi di governo. Metterebbe a repentaglio la poltrona, per non perdere la faccia. Pur di dirgli, “bello, ciao!”.
È un vero peccato che il Paese normale non sia questo.
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