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Pubblicato il 05 giugno 2023
Per descrivere il rapporto tra Joe Biden e lo speaker repubblicano della Camera USA, Kevin McCarthy, nessuna frase viene in aiuto più di quella pronunciata qualche giorno fa dal senatore Gop dello Stato del Mississippi, Roger Wicker: “Beh, aiuterebbe se McCarthy e Biden fossero compagni di golf, ma non lo sono. E non lo saranno mai“.

In un’epoca segnata da una contrapposizione portata all’estremo fra Democratici e Repubblicani, il presidente americano ha più volte insistito sull’importanza di dialogare con i propri avversari. Ma cosa succede se, a pochi giorni da quella che il segretario del Tesoro Janet Yellen (non esattamente l’ultima arrivata) si spinge a definire “tempesta economica e finanziaria senza precedenti“, sei costretto a trattare con qualcuno da cui non potresti essere più distante a livello personale ed ideologico?
Prima risposta: succede che ti chiedi cosa sarebbe stato se dall’altra parte del tavolo ci fosse stato non Kevin McCarthy, ma l’anziano leader dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell. Quante battaglie, quanti bracci di ferro infuocati ma, alla fine, l’abitudine a stringersi la mano, a siglare il deal.

No, la verità questa volta è che Joe Biden, di Kevin McCarthy, non si fida.
Lo reputa ostaggio dei repubblicani radicali che hanno mercanteggiato la sua elezione a leader della Camera, solo qualche mese fa. Crede che i 15 round che gli sono serviti per ergersi a speaker rappresentino una condanna, che per arrivare al potere abbia ceduto il potere della carica. Dopotutto, riflette, un motivo ci sarà se uno spettacolo del genere, nella politica a stelle e strisce, non si vedeva da 164 anni, no?

Ragazzacci repubblicani, allevati secondo un altro manuale politico (o forse senza averne studiato nemmeno uno), abituati a spingere sull’acceleratore non per ottenere il miglior compromesso possibile, ma l’ospitata più roboante nei programmi della sera. Impossibile, impossibile trattare con loro. Eppure indispensabile, per evitare il default del Paese, per scacciare lo spettro di una crisi interna che in un amen diventerebbe globale.
Tocca sforzarsi. Magari ricordarsi che loro, quei due, Biden e McCarthy, non sono proprio perfetti sconosciuti. Negli anni in cui uno è il numero due di Barack Obama, l’altro è un ambizioso deputato repubblicano con poca esperienza alle volte ospitato a pranzo all’Osservatorio Navale, la residenza del vicepresidente. Ma, come lo stesso Biden ha spesso modo di ricordare ai suoi assistenti, la politica è anche una questione personale. E tra i due oltre la cordialità non si riesce ad andare. Questione di feeling, avrebbe detto qualcuno.
A molti anni dai primi incontri, ritrovatisi entrambi ad occupare posizioni di vertice, è Biden stesso a riconoscere che bisognerà impegnarsi di più, sforzarsi di crearlo un rapporto vero. E qualche tentativo, in effetti, viene compiuto. Così succede che la Casa Bianca decida di invitare Kevin McCarthy e sua mamma Roberta alla cena di stato con il presidente francese Macron, lo scorso dicembre.

E, ancora, che sia Biden a prendersi la briga di chiedere allo speaker frequenti aggiornamenti sul suo lavoro alla House e sulle sue priorità politiche. Ma d’altra parte i Repubblicani replicano: quando si è trattato di trovare un accordo sul tetto del debito, Biden ha fatto passare ben 97 giorni tra il primo e il secondo incontro. Non la migliore delle tempistiche, in vista di una partita così complessa. Controreplica democratica: “Il presidente è sempre stato molto chiaro con lo speaker, in maniera rispettosa, ‘sono pronto a conversare con te quando avrai un piano’, ma il piano non c’era ancora“. McCarthy non la prende bene, scorge nella strategia di Biden una sfida alla sua leadership, la volontà di mettere alla prova la sua capacità di tenere insieme una maggioranza tanto ristretta quanto rissosa. Così è un attimo che il californiano finisca per portare la questione su un piano prettamente personale, esibendosi in una serie di colpi sopra e sotto la cintura che irritano non poco la presidenza. Qualche esempio? Per ottenere un vertice, afferma McCarthy, è disponibile anche a portare alla Casa Bianca del “cibo morbido“. Cosa sta dicendo? Semplice: che Biden è troppo anziano per il lavoro.A proposito di gente esperta, un vecchio lupo di mare come Newt Gingrich, esalta le caratteristiche dei due contendenti: “Biden è in giro da molto tempo. Quando vuole può essere collaborativo e quando non vuole può essere odioso. Credo che la Casa Bianca credesse che urlare ‘default’ avrebbe funzionato e che alla fine Kevin McCarthy avrebbe dovuto cedere. E penso che gradualmente sia diventato chiaro che non avrebbere potuto bluffare con lui. Questo è un uomo che è sopravvissuto a 15 voti per diventare Presidente della Camera. È capace di essere molto paziente“.

A 10 giorni dal possibile default, quello che va in scena è ciò che il Washington Post definisce un “pericoloso gioco del pollo“. Ma in cosa consiste questo gioco? Due piloti alla guida di una macchina guidano diretti l’uno contro l’altro. Se uno dei due non sterza prima dell’impatto, entrambi possono morire nello schianto, ma se uno dei due cede alla paura e l’altro no, quello che ha sterzato sarà chiamato dall’altro “pollo“, codardo.Eppure, per capire come la più grande superpotenza mondiale si sia ritrovata a rischiare l’osso del collo in un braccio di ferro psicologico fra due politici di primo piano, bisogna tornare indietro di quasi 3 mesi, spostandosi idealmente all’interno dell’hotel J.W. Marriott di Orlando, distante più di 1300 km dai corridoi del Campidoglio.

È in occasione di una conferenza che mette insieme quasi 200 esponenti repubblicani che il Gop inizia ad interrogarsi: qual è la moneta di scambio da giocare per acconsentire all’innalzamento del tetto del debito? C’è chi propone di ripensare programmi iconici come Medicare, chi chiede di tagliare sussidi di diversa natura, chi punta a minare l’agenda democratica andando a colpire i programmi governativi contro il cambiamento climatico. A dettare la linea sono soprattutto gli esponenti del Freedom Caucus, il gruppo più estremista del Gop. E in quelle ore c’è già chi sperimenta una sensazione di déjà-vu. La mente corre al 2011, al braccio di ferro tra Obama e i membri del Tea Party, alla volta in cui gli Stati Uniti più sono stati vicini al default.
All’inizio di aprile, McCarthy presenta il suo piano: ok all’innalzamento del tetto del debito fino al prossimo anno, ma allo stesso tempo oltre 3000 miliardi di dollari di tagli per quanto riguarda la spesa federale del prossimo decennio. La Camera approva, nonostante Biden minacci di porre il veto, e i Democratici del Congresso insorgono, recriminando che dal Partito Repubblicano mai erano arrivate richieste simili durante la presidenza Trump, neanche quando il Gop aveva ripetutamente alzato il tetto del debito per portare avanti le sue politiche.
Ma è il 9 maggio, nel primo incontro a porte chiuse dopo quasi 100 giorni di messaggi al vetriolo a mezzo stampa, che le tensioni vengono a galla in maniera preoccupante. Secondo quanto ricostruito dal Washington Post sulla base di interviste a venti persone aventi familiarità con l’accordo – da parlamentari e funzionari della Casa Bianca che hanno partecipato ai colloqui e che hanno richiesto l’anonimato – è in questa circostanza che il leader dei Democratici al Senato, il newyorchese Chuck Schumer, chiede a tutti i presenti di dichiarare, una volta per tutte, se nel loro ventaglio di opzioni è presente anche quella che prevede un default degli Stati Uniti.

“No“, risponde prontamente Biden, sostenendo che i parlamentari debbano aumentare il tetto del debito senza condizioni o ritardi. “No“, si aggiunge Hakeem Jeffries, leader di minoranza dem alla Camera, riflettendo sul fatto che i costi dell’inazione sono troppo elevati. Ma quando arriva il turno di McCarthy, la risposta non è quella che Schumer spererebbe di sentire. Lo speaker chiarisce che non è sua intenzione andare incontro ad una catastrofe, ma nemmeno esclude in maniera esplicita il default, snocciolando rabbiosamente una lista di richieste che, assicura, se non verranno esaudite porteranno al fallimento dei negoziati. L’aria, a quel punto, diventa pesante.
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