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Pubblicato il 10 giugno 2023
“È molto triste lasciare il Parlamento, almeno per ora“. Per capire Boris Johnson bisogna partire dalla fine. Della sua lettera di dimissioni, non della sua carriera politica, cos’avete inteso? Eccolo, ancora una volta, il coniglio tirato fuori dal cilindro, la mossa che spiazza e lascia a bocca aperta, il guizzo che apre il cuore dell’appassionato di politica (al di là di ogni credo). Cosa si cela dietro un ritiro? Cosa sarà di questo incorreggibile scapigliato negli anni a venire? Tante incognite, infinite opportunità.
Il personaggio ha molti difetti, ma è tutto meno che uno sprovveduto: BoJo ha intuito che la Commissione per i Privilegi della Camera aveva in serbo per lui un’umiliazione, una sospensione da deputato di 10 o più giorni. Sarebbe stato un inaccettabile schiaffo assestato al suo storico di invincibile, un calice troppo amaro da ingoiare per il suo ego.

E allora tentiamolo, questo ennesimo colpo di mano, questo azzardo da fuoriclasse. “Sbatto la porta“, deve aver pensato, “me ne vado, sì, ma con le mie gambe. E prima o poi tornerò“, of course.
Stamattina i tabloid inglesi in edicola, soprattutto quelli più vicini al Labour, festeggiano: “Party is over“, giocano, la festa è finita, ed ogni riferimento al Partygate che credono abbia rappresentato la pietra tombale sulla carriera di Boris NON è puramente casuale.

È opinione comune a tutti i fedelissimi di Johnson e – per quel che vale – condivisa anche da chi scrive, che gli ululati di vittoria, i canti di liberazione innalzati al cielo in queste ore dai tanti nemici di BoJo, siano prematuri.
È chiaro: il passo indietro dal Parlamento è il punto più basso di una carriera. Un’uscita di scena, soprattutto in questi termini, non è mai indolore. Ma bisogna avere studiato a fondo il personaggio Boris, aver letto con attenzione la sua lettera di dimissioni, per capire che l’ultima parola di questa storia non è stata (ancora) scritta.
Breve nota a margine: mentre noi ci interroghiamo sul dopo, Boris lo ha già messo nero su bianco. Da mesi ha firmato un contratto con un’importante casa editrice come HarperCollins: sta scrivendo le sue memorie da primo ministro. Immaginate cosa potrà dire (e non dire) dei suoi anni da leader. Pensate al tour di promozione nel Regno Unito, alle conferenze stampa, alle ospitate in tv, magari a ridosso della campagna elettorale per le elezioni generali, alle bordate che deciderà di indirizzare ai nemici di ieri, di oggi, di domani.
E chissà se in queste settimane deciderà di aggiungere un nuovo capitolo, se parlerà del fatto che i suoi oppositori “non hanno prodotto uno straccio di prova“, se ribadirà che tutti “sanno perfettamente che quando ho parlato ai Comuni ho detto ciò che ritenevo fosse sinceramente vero“, se cercherà di trascinare nel fango, insieme a lui, anche Rishi Sunak, l’uomo che oggi lo separa dall’appartamento al numero 10 di Downing Street, dal luogo in cui ha lasciato il cuore, in cui sogna, anzi, lavora per tornare.
Nella lettera di dimissioni da deputato, Boris si dichiara vittima di una “caccia alle streghe“, sostiene che la commissione aveva come scopo, fin dall’inizio, di giudicarlo colpevole. Ma dal suo punto di vista ammette un solo errore: è stato troppo “ingenuo e fiducioso“, dice, non avrebbe dovuto pensare che “questi procedimenti potessero essere anche solo lontanamente utili o equi. Ma ero determinato a credere nel sistema, nella giustizia e a rivendicare ciò che sapevo essere la verità“. Guai però a pensare che si tratti (solo) di una questione personale: il destino di uno vale per il futuro di tutti, sembra suggerire Boris. Sostiene infatti che l’obiettivo ultimo sia un altro. Quale? “Vendicarsi della Brexit e, in ultima analisi, ribaltare il risultato del referendum del 2016. La mia rimozione è il primo passo necessario e credo che ci sia stato un tentativo concertato di portarla a termine“.
Domanda: cosa sta facendo Johnson? Risposta: sta spostando l’orizzonte da oggi ai mesi a venire, catapulta sé stesso in una battaglia che ha abbracciato con grande cinismo ormai molti anni fa, quando comprese che la Brexit aveva il potenziale per trasformarsi in un irripetibile trampolino di lancio per la sua carriera. Non sbagliò i suoi calcoli.
Oggi si ragiona: cosa sarà di BoJo? Correrà alle suppletive per riprendersi il seggio? Attenderà le prossime elezioni mettendosi alla prova in un altro collegio? E, in definitiva, guiderà la rivolta nei confronti di Rishi Sunak? Oppure resterà in panchina? Qualche punto interrogativo ancora rimane, certo, ma molte risposte sono già qui, sul taccuino di chi ama la politica, e i personaggi che la rendono (nel bene e nel male) uno spettacolo unico, inimitabile.
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