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Pubblicato il 21 giugno 2023
Se perfino la Casa Bianca si prende la briga di prorogare il decreto che definisce la situazione nei Balcani Occidentali “minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti“, allora si fatica realmente a comprendere il silenzio che avvolge in Italia l’ormai perenne – più che annosa – disputa tra Serbia e Kosovo.

Il fatto che scaramucce e fibrillazioni si accumulino da tempo senza che il conflitto sia deflagrato ha purtroppo suggerito a tanti che il solo modo intelligente di trattare adeguatamente la questione sia quello che vede giornali e tg imbastire focus sul tema solamente in presenza di morti o feriti (quando va bene). Emblematico l’ultimo episodio, con coinvolgimento diretto – traduco: sangue versato – di soldati italiani della missione NATO KFOR. A notizie di enorme gravità si è risposto con il seguente schema: una giornata e mezza di attenzione ai Balcani, poi più nulla, silenzio di tomba sulla questione. E seppellita pure la credibilità di molti media.
Ma è quando si sposta lo sguardo che le cose accadono, spesso peggiorando. L’orologio della Storia nei Balcani è impazzito: le lancette corrono in avanti, responsabili di repentine accelerazioni, tali da costringere i leader europei a domandarsi se un’altra guerra – dopo quella in Ucraina – sia in effetti in procinto di scoppiare nel continente. Poi ripiombano indietro di settimane, mesi, addirittura anni, congelando la tensione, quasi gli attori in gioco avessero ormai imparato le regole d’ingaggio, come avessero accettato che il loro braccio di ferro sia destinato a restare in perenne equilibrio, senza vinti, ma di certo nemmeno vincitori.
Così sono tornate le barricate ai valichi di confine, sbarrati dai camion dei residenti serbi nel Nord del Kosovo che denunciano la vessazione da parte del governo di Pristina. Decisione che segue quella del governo Kurti di vietare l’ingresso nel Paese a tutti i camion con targa serba e alle loro merci. A sua volta motivata come ritorsione rispetto al “rapimento” di tre agenti di polizia kossovara da parte delle forze di Belgrado. Andare a ritroso per cercare la sorgente delle tensioni può essere utile, ma fino ad un certo punto. Fino a quando cioè si scopre che questo filo ha un capo troppo lontano nel tempo per tentare di dipanare la matassa a partire da esso. Via da questo dedalo, occorre recidere i ponti col passato, assestare un taglio netto prima di smarrirsi in questo labririnto di rivendicazioni senza fine. Quanto l’Occidente sta tentando di fare. Con scarsi risultati, ma pure esplorando tattiche e strategie nuove. Ad esempio, per lo stupore di molti, chiarendo ad Albin Kurti che l’amato Kosovo è oggi ritenuto principale responsabile dell’ultima escalation.
Sui media serbi la narrazione è la stessa da mesi: l’Occidente non è equo nello stabilire i colpevoli, Belgrado sarà sempre discriminata. Per il suo passato, per i suoi legami storici con Mosca. C’è una discreta dose di vittimismo in questo tipo di racconto, che però non è del tutto privo di verità. Perché le analisi devono basarsi sui fatti, non solo sui pregiudizi, e i fatti dicono che ultimamente i cittadini serbi nel Nord possiedono le loro ragioni. Le elezioni tenute nei quattro comuni a maggioranza serba, boicottate dai locali in segno di protesta per la mancata (promessa) creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo sono state una farsa avallata da Pristina. Provocazione fine a sé stessa, autogol evitabile, se solo si fosse privilegiato il dialogo. Impossibile pretendere che sindaci di etnia albanese potessero essere accettati dai residenti serbi con un’affluenza al voto pari al 3%. Per non dire delle sempre più frequenti incursioni nei suddetti comuni delle forze speciali kossovare: difficile andare avanti serenamente con le proprie vite, portare i figli a scuola, lavorare sereni, vedendo ogni giorno blindati nelle strade e agenti a piedi con i mitra fra le dita.
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