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Pubblicato il 28 giugno 2023
Dicono che la maniera più affidabile per intuire a che punto è la notte, ovvero la parabola di un dittatore, sia quello di misurarne i livelli di paranoia. All’aumentare dei gradi di psicosi, di pari passo con un cerchio magico che va sempre più restringendosi, crescono pure le possibilità di un epilogo da tregenda. Fosse confermata questa tesi, sarebbe per Putin notizia da togliere il sonno. Come forse in verità accade. Perché l’uomo di San Pietroburgo ha preso da un pezzo a parlare con i suoi fantasmi.
Preda dei tic che presto o tardi finiscono per affliggere ogni uomo solo al comando, Vladimir Vladimirovich scorge oggi dietro ogni angolo una potenziale minaccia. Per la prima volta senza avere tutti i torti.
Le prime avvisaglie di un complotto ai danni dello Stato russo, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, vengono captate dagli 007 dell’FSB all’incirca 48 ore prima che Evgenij Prigozhin lanci ufficialmente la sua “marcia su Mosca“. Dato allarmante per gli agenti segreti russi, battuti clamorosamente sul tempo dai colleghi americani, venuti a conoscenza dei piani del leader Wagner almeno dalla metà di giugno. Non solo. Se Prigozhin decide di uscire allo scoperto, se si vede obbligato ad accorciare i tempi della rivolta, è perché informato da una fonte interna che la copertura è saltata. Ecco acclarata, insomma, la presenza di una talpa fra le talpe.
Il New York Times individua oggi in un pezzo da novanta della leadership militare russa il principale indiziato di aver appoggiato Prigozhin. Trattasi di Sergei Surovikin, anche noto come “generale Armageddon“, soprannome “meritato” in Siria per le tecniche brutali applicate al campo di battaglia. È lì che i due si incrociano. Nel vuoto lasciato da Obama e riempito da Putin, oltre la “linea rossa” infranta da Assad e mai punita dall’Occidente, Prigozhin e Surovikin comprendono di parlare la stessa lingua: quella della crudeltà. È forse per questa ragione, per una consuetudine cementata tra le bombe e il gas nervino, che negli ultimi mesi Surovikin viene individuato come principale intermediario di Prigozhin nel ministero della Difesa, possibile ponte per unire la sponda sempre più distante del ministro della Difesa, Sergei Shoigu.
Il caso vuole che il giorno del fallito golpe sia proprio Surovikin il primo dei vertici militari a comparire in video. Dinanzi al mondo si mostra armato, mitra in pugno, deciso a comunicare chissà quale messaggio obliquo. Ufficialmente esorta i miliziani a fermarsi, rimarca che “il nemico sta solo aspettando che la situazione politica interna peggiori nel nostro Paese“. Ma è un dato di fatto che da sabato sia sparito da ogni possibile radar. Davvero Surovikin in quel momento è già a conoscenza dei piani di Prigozhin? Analisi e ricostruzioni di queste giornate surreali, vissute nella consapevolezza che niente potrà più essere come prima, confermano la percezione iniziale che il capo del Wagner fosse certo di ricevere supporto.
Se il sostegno fosse stato infine garantito da un peso massimo come Surovikin si spiegherebbe, ad esempio, come i mercenari abbiano potuto prendere una città quale Rostov, spingendosi fino a soli 330 km da Mosca, incontrando resistenza non all’altezza delle attese. Il Cremlino dal canto suo bolla come “speculazioni” le notizie sull’arresto di Surovikin, ma mentre le voci che lo vogliono in manette e sotto interrogatorio, a sera, si moltiplicano, sono certo qualcosa di più di semplici rumours i report che avvisano di una massiccia epurazione nei ranghi delle Forze Armate alle porte.
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