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Pubblicato il 01 luglio 2023
Forse è sotto i baffi, oppure nell’impeccabile nodo di cravatta. “No, no“, direbbero altri: è nel ritmo cadenzato dei suoi discorsi, nell’attenzione riservata pure alle virgole, nelle parole mai un accento oltre, nemmeno uno indietro. E se invece fosse nella sua chioma argentea, nell’impressione di una vita impareggiabile che questa restituisce? Io non lo so, vi rinuncio, questa volta passo la mano. Davvero non so dire quale sia il tratto dell’uomo delle grandi missioni (spesso impossibili) americane, il dettaglio che già in apparenza dice molto di lui. Chiedete ad altri, se vi pare, forse da loro otterrete un indizio. Ma una cosa l’ho scoperta, una almeno io posso dirvela, a proposito di Bill Burns. E su questa vi potete fidare. Quando il direttore della CIA si muove, vuol dire che l’ora è grave. Quando questo direttore della CIA si incammina, significa che il mondo sta per cambiare direzione. Nessuna esagerazione, solo i fatti in successione.
Inizio del mese di novembre, anno 2021. Joe Biden convoca Bill Burns. Al capo degli 007 USA comunica che è giunto il momento di farsi sentire con il Cremlino. Occorre comunicare a Vladimir Putin in persona che ora si gioca sul serio. L’America non solo è preoccupata, ma pure consapevole che all’orizzonte si staglia la grande invasione. Burns ascolta, prende nota, concorda sulla strategia del presidente. E comprende che serve chiarire alla Russia che nulla sarà come prima, una volta passato il segno. Perché ci sono strade che una volta imboccate sono senza ritorno.
Ha percorso quella tratta innumerevoli volte, ma sul volo che lo conduce a Mosca, Burns è trafitto da un terribile presentimento. Chiamatelo istinto del diplomatico, esperienza da numero uno dei servizi segreti. Resta che Burns nutre speranze residue di riuscire ad aprire un canale di dialogo. D’altronde i presupposti di partenza sono quelli che sono: ed in fondo basta guardarsi intorno. È inquietante lo spettacolo offerto dalla città deserta. Mosca indossa una veste quasi spettrale. Sotto coprifuoco, al culmine dell’ennesima ondata di Covid, appare irriconoscibile ed isolata, come il suo presidente.
Già, il suo presidente. Putin non si fa trovare. Ma non è uno sgarbo, né una mancanza di rispetto verso il funzionario americano. Il punto è che la definizione di “inquilino del Cremlino“, dallo scoppio della pandemia, è diventata meno aderente alla quotidianità di Vladimir Vladimirovich. C’è chi lo definisce affetto da germofobia, chi sostiene che dietro la decisione di seguire precauzioni di natura sanitaria vi sia invece la ricerca di una scusa per restringere ulteriormente la prima cerchia di consiglieri con cui confrontarsi. Eppure Bill Burns non ha bisogno di guardare negli occhi il suo interlocutore per intuirne le intenzioni. A Washington lo chiamano “Putinologo“, in ragione di un’approfondita conoscenza del presidente russo. Merito dello studio dei dossier, certo, ma pure dei lunghi anni di servizio come ambasciatore americano a Mosca. Così, quando viene approntata una linea telefonica sicura, a Burns basta poco per comprendere che dall’altra parte della cornetta, nella lussuosa residenza sul Mar Nero da cui Putin parla, c’è un interlocutore che ha già deciso di andare fino in fondo, che non si fermerà.
Il presidente russo ostenta sicurezza: elenca gli ammodernamenti compiuti grazie ai massicci investimenti nel settore militare, usa ogni argomento a sua disposizione per far capire che se solo vorrà, sarà in grado di imporre all’Ucraina la sua volontà. Non è chiaro se i consiglieri di Putin, quelli con cui Burns si confronta a Mosca, siano realmente convinti di questa tesi o recitino una parte, ma pure loro sfoggiano una sicurezza nei propri mezzi che almeno in apparenza non viene scalfita dalla sorpresa di vedere quanto l’intelligence USA sia dettagliata a proposito dei piani russi. Talmente approfondita, in certi casi, da superare anche le conocenze dei presenti, ad eccezione dello stesso Putin.
All’emissario di Washington, il presidente russo ripropone il concentrato di revisionismo storico che da anni caratterizza la sua narrazione da sindrome di accerchiamento. Putin chiarisce che senza controllare l’Ucraina e le sue scelte, non sarà possibile per la Russia essere grande potenza, avere questa sfera di influenza che lui ritiene essenziale. Di più: la sua stessa grandezza di leader è in gioco. Senza Ucraina non potrà essere ricordato come tale sui libri di storia.
Forse è a questo punto che il cattivo presagio delle ore precedenti si trasforma in inquietante convinzione.
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