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Pubblicato il 07 luglio 2023
“E se, Dio non voglia, dovesse accadere una tragedia” simile e “tu ti trovassi al mio posto, e se non fossi aiutato con le armi da persone che condividono i tuoi valori, cosa faresti? Diresti: ‘Putin, prendi i territori bulgari?’“.
Volodymyr Zelensky questa volta sbotta, seduto al tavolo di legno con il presidente bulgaro Ramen Radev. O più che altro dà voce a tutto ciò che da tempo avrebbe voluto dire – che avremmo – ai pacifinti in giro per il globo. A quelli che dicono “pace“, ma chiedono “resa“.

Ma non corriamo troppo oltre, stiamo ai fatti. Ovvero a Zelensky e al suo viaggio a Sofia, in Bulgaria, all’incontro organizzato per ringraziare del supporto fino ad oggi ricevuto (e tra poco capiremo perché), per assicurarsi che la difesa dell’Ucraina rimanga in cima all’agenda di tutti. Ma quando si trova davanti a Ramen Radev, espressione di quel Partito Socialista che in qualità di erede del Partito Comunista non ha mai nascosto i suoi legami con Mosca, la musica inevitabilmente cambia.

Faccia a faccia, occhi negli occhi, Radev sembra provocare Zelensky: “Ora – dice – sentiamo la parola ‘vittoria, vittoria, vittoria’. Sì, certo, per qualsiasi Paese in guerra questa è una parola importante, ma vogliamo anche sentire di più la parola ‘pace‘”. È chiaro che il presidente ucraino e la sua delegazione siano contrariati, e lo è a maggior ragione quando Radev prosegue nella sua narrazione distorta: “Gli sforzi principali – bacchetta – dovrebbero essere rivolti al raggiungimento della pace. Credo che al momento non stiamo utilizzando tutti i mezzi della diplomazia per lavorare in questa direzione, per non aggravare il conflitto. La guerra è sul territorio dell’Ucraina. L’Ucraina ha sofferto, ma, come ho detto, la guerra sta acquisendo nuove dimensioni e queste dimensioni hanno da tempo superato i confini dell’Ucraina. Basti pensare al rischio di contaminazione radioattiva. In Bulgaria stiamo ancora sopportando le conseguenze di Chernobyl“. A detta di Radev, dunque, l’Ucraina dovrebbe cessare di difendersi per non compromettere la sicurezza dei propri vicini: “Si tratta di una questione estremamente importante – spiega – che non riguarda solo la Bulgaria, ma l’intera Europa. (…) Vedete cosa sta accadendo in Europa con l’inflazione, la crescente recessione, le crescenti tensioni sociali, il populismo strategico e l’affermazione dei partiti radicali. Quindi non dobbiamo pensare solo all’Ucraina. Naturalmente l’Ucraina è la cosa più importante in questo momento. Ma dobbiamo pensare al futuro dell’Europa nel suo complesso. Che impatto avrà questa guerra sull’Europa? Perché l’aiuto dell’Europa, il sostegno dell’Europa è essenziale per la fine di tutto questo. Questo è importante non solo in guerra, ma anche nella ricostruzione. (…) Non sono d’accordo a fornire munizioni dalle riserve dell’esercito bulgaro, insisto sul fatto che questo conflitto non ha una soluzione militare e che sempre più armi non lo risolveranno“.
È a quel punto, dopo essersi morso la lingua chissà quante volte, che Volodymyr Zelensky prende la parola; è a quel punto che pone la domanda retorica che colpisce nel segno, che chiede a Radev se lui, al suo posto, da presidente sotto attacco, lascerebbe Putin libero di prendere i territori bulgari: “No – si risponde – tu, da vero presidente, sono sicuro che non permetteresti un compromesso con la tua indipendenza. È tuo diritto non sostenere gli aiuti all’Ucraina. Ma vorrei davvero che tu mi capissi per bene“.
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