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Pubblicato il 10 luglio 2023
All’incirca da 72 ore Recep Tayyip Erdogan ha optato per uno spettacolare ingresso in partita. Avviso ai naviganti: non è finita, non finirà molto presto. La liberazione dei comandanti dell’Azov a margine dell’incontro con Zelensky altro non è che uno schiaffo assestato in pieno volto a Vladimir Putin. Di più: è la conferma di un assunto spesso ignorato in Europa, in geopolitica gli accordi valgono, ma solo fino a quando una delle parti non decide di violarli.
Per quanto scambiate alle nostre latitudini per manovre di natura strategica, anziché tattica, le manovre del Sultano meritano un approfondimento.
Due le tesi maggiormente in voga, entrambe prive delle necessarie sfumature. C’è chi sostiene che il Sultano sia andato incontro ad una nuova conversione sulla via dell’Occidente, più che di Damasco. E al contrario c’è chi si produce in improbabili paragoni con Putin, chiamando in causa il tasso di democraticità, e di affidabilità, dell’uno e dell’altro. Argomenti da talk show che nelle cancellerie internazionali, per fortuna, da ormai diversi anni non trovano più posto.
Il punto è che di Erdogan non è necessario fidarsi, piuttosto occorre capirlo, saperne leggere le intenzioni, captarne le reali ambizioni. Per farlo servirebbe una piccola base di studio del personaggio, prendere atto ad esempio che nel braccio di ferro si esalta. Emblematici gli sgarbi riservati allo stesso Putin in occasione dei precedenti incontri, “vendette” conclamate per i ritardi a sua volta subiti in precedenti meeting. Segno che la memoria del Sultano è forte, come il suo orgoglio.
Ma la questione non riguarda soltanto la psicologia, piuttosto investe la storia, la geopolitica. Si prenda ad esempio il professato sostegno al percorso che dovrebbe portare Kyiv a far parte della NATO. A dispetto di ciò che qualcuno potrebbe pensare, Erdogan non si è risvegliato un bel mattino più atlantista degli americani. Basterebbe ricordare che da sempre la Turchia si dice favorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza. E s’è per questo sostiene pure quello della Georgia. Posizioni strumentali, utili a scrollarsi di dosso per qualche tempo l’etichetta di guastafeste, nella consapevolezza che in ogni caso, la festa, non sarà nell’immediato celebrata.
Eppure non si può fare a meno di notare il tempismo di certe dichiarazioni. Quello sì, segnale geopolitico di rilievo. Come pure quello bellamente ignorato dai nostri media, ovvero l’incontro tra il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, e il leader nazionale dei Tatari di Crimea, Kirimoglu, comunità che la Turchia considera di sua “pertinenza”, evocando l’antica appartenenza della regione all’Impero Ottomano, previa (consueta) invasione russa.

Erdogan sfida così Mosca, ma soprattutto il suo leader ammaccato, lo stesso cui solo pochi giorni prima aveva manifestato vicinanza e sostegno, subito dopo il tentato ammutinamento condotto da Prigozhin. Esempio da manuale della gestione di bastone e carota, da sempre alternati con disinvoltura nei rapporti tra Erdogan e altri attori internazionali, sempre dipendenti dalle esigenze del Sultano.
Bisogna così domandarsi: quali sono le impellenze di Ankara? Quali i suoi obiettivi più o meno nascosti? Con una provocazione: se ve lo chiedessero, accettereste di accogliere la Turchia in Unione Europea se questa fosse la moneta di scambio richiesta per l’ingresso della Svezia nella NATO?
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