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Pubblicato il 19 luglio 2023
Breve premessa. Chi in queste ore con inistenza domanda quale sia stata la contropartita economica fornita dall’Italia per la grazia concessa dall’Egitto a Patrick Zaki non merita risposta. Al più un’altra domanda: quale prezzo dareste alla vostra, di libertà?

Adesso i fatti, i retroscena. La svolta targata Abdel Fatah al-Sisi non giunge in seguito al pagamento di un riscatto, né è figlia di un ricatto. Ciò che è avvenuto è il frutto di un intenso lavoro diplomatico e di una serie di mosse di stampo geopolitico che hanno portato al perfetto allineamento dei pianeti, al capolavoro che rende “Zaki libero” non più uno slogan, ma una realtà.
Quella vissuta da Patrick Zaki è una storia crudele, un viaggio all’inferno reso ancora più difficile da sopportare dalle molte speranze tradite in questi anni di calvario. Nell’incubo si entra il 7 febbraio 2020, giorno dell’approdo al Cairo del ricercatore egiziano, studente a Bologna, per quella che, nelle intenzioni, dovrà essere solo una breve vacanza in famiglia.
Ma il giovane di Mansura, una volta atterrato in patria, si ritrova a pagare il prezzo del suo attivismo politico. Nel 2018, in occasione delle presidenziali egiziane, ha infatti organizzato la campagna elettorale dell’avvocato Khaled Ali, sostenitore dei diritti umani, costretto al ritiro della propria candidatura prima del voto per il clima di intimidazione che circonda il suo movimento.

Bisogna attendere il 9 febbraio perché la notizia del suo fermo trapeli: in mezzo 24 ore di buio, in cui di Zaki nessuno sa più nulla. Il giovane viene bendato, picchiato, sottoposto ad elettroshock, persino minacciato di stupro. Nessuno ancora lo sa, quando la foto di Patrick, sorridente, entra nelle case di milioni di italiani: le lenti rotonde degli occhiali, il sorriso dolce, quei simpatici capelli ricci. La perfetta immagine del bravo ragazzo scuote le coscienze di un popolo che con l’Egitto ha imparato suo malgrado a fare i conti con la vicenda di Giulio Regeni, che ancora attende giustizia.

Lo fermano direttamente in aeroporto, lo catturano gli agenti dei servizi segreti, formulano nei suoi confronti capi d’accusa scarsamente credibili: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Ma Zaki non è un criminale, è soltanto uno studente appassionato. In particolare, nel mirino finiscono alcuni post su Facebook che gli avvocati disconoscono, attribuendoli ad un profilo fake, diverso da quello personale di Zaki. Lo accusano di aver incitato alla protesta, di aver fatto appello al rovesciamento dello stato, di muoversi sui social per incitare alla violenza e ad atti terroristici. Ma le tesi d’accusa si sprecano. Nashat Dahi, noto conduttore di una trasmissione finanziata dal governo egiziano, per la prima volta associa il suo arresto al fatto che Zaki sia “andato in Italia a fare un master sull’omosessualità, questo è l’oggetto della sua tesi”. Come se fosse una colpa.
Della notizia della liberazione di Patrick Zaki, tra i più felici oggi, sarebbe stato David Sassoli.

Da presidente dell’Europarlamento fu tra i primissimi a sferzare il Cairo, chiedendo l’immediato rilascio dell’attivista, ricordando alle autorità egiziane che “l’Ue condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani“. In cambio si vide apostrofare dal presidente della Camera dei deputati egiziana, Ali Abdel Aal, pronto a definire quella di Sassoli “un’ingerenza inaccettabile negli affari interni e un attacco contro il potere giudiziario egiziano“. Anche quando i riflettori tendevano a spegnersi, Sassoli seguiva il caso, nel tentativo di riaccenderli. Interessamento apprezzato dallo stesso Zaki. Dopo la sua morte disse: “Aveva seguito il mio caso per due anni con vera passione e interesse. Non aveva mai perduto un’occasione per parlare di me e per chiedere il rilascio immediato non solo per me ma per ogni prigioniero di coscienza“. Tutto vero.
Il rinnovo sistematico della custodia cautelare assume, ogni volta, il sapore dello schiaffo scientemente inferto all’Italia intera. Il Covid complica le cose: non solo per le condizioni di salute del detenuto, ma pure per i continui rinvii delle udienze, in un prolungarsi dell’agonia che provoca in Zaki scoramento e un senso di abbandono che è difficile consolare. In carcere trascorre il suo 29esimo compleanno. E trascorrono 5 mesi e mezzo perché gli sia concessa la prima visita in carcere. La “sua” Bologna, però, non lo dimentica. Anzi, lo aspetta. Gli è vicina con manifestazioni, convegni, flashmob, e con il conferimento della cittadinanza onoraria che solo in minima parte, però, può lenire le conseguenze di un “accanimento giudiziario” ormai conclamato da diverse agenzie internazionali per i diritti umani.
Il rinvio a giudizio arriva dopo 19 mesi di custodia cautelare, con un processo che si apre a Mansura con lo spauracchio di una condanna fino a cinque anni di carcere per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” in relazione ad un articolo d’opinione critico nei confronti del governo egiziano. La prima udienza ha luogo il 14 settembre 2021. Il 7 dicembre 2021 viene disposta la scarcerazione del ragazzo, ma non la sua assoluzione. Si arriva, di rinvio in rinvio, ai nostri giorni. Prima la laurea da remoto (“Ho usato lo studio come metodo di resistenza“, dirà).

Poi lo sprofondo della condanna di ieri a 3 anni, fra le urla della madre e della fidanzata che aspettavano all’esterno di vederlo finalmente libero.
Patrick non fa mistero di sentirsi solo, dimenticato. Crede che l’esecutivo non si stia impegnando abbastanza. Lo confida a chi gli è più vicino. Non sa che la sua liberazione è ad un passo, e che l’operazione decisiva ha avuto inizio, sotto traccia, da ormai qualche mese.
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