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Pubblicato il 25 luglio 2023
Da più di 20 anni, ogni mattina, Mikhail Borisovich Khodorkovsky (MBK), si sveglia nella consapevolezza che Vladimir Putin rappresenti il male della Russia. Da più di 10 anni, ogni giorno, lo stesso uomo si interroga su modi e possibiltà di rovesciarlo. Se necessario con la forza.

Oggi che si dice convito di aver visto ad un passo la fine del suo nemico, coltiva il rimpianto, ma guarda al futuro. D’altronde non è il solo a fiutare nell’aria odore di Storia.
Bill Burns, direttore della CIA, sostiene di aver visto “negli ultimi tre decenni molti episodi affascinanti in Russia, ma nessuno più affascinante dell’ammutinamento di Prigozhin“. Lo definisce semplicemente “l’attacco più diretto” che sia mai stato portato “contro lo Stato russo nei 23 anni di potere di Vladimir Putin“.

Sì, perché visto il livello di approssimazione infine mostrato dal capo dei mercenari, è forse più difficile da credere, ma lo scorso 24 di giugno, per qualche ora almeno, una finestra di opportunità per operare un regime change a Mosca si è aperta sul serio.
Il Washington Post, citando alti funzionari occidentali, descrive con dovizia di dettagli la paralisi sperimentata dal presidente russo nelle primissime ore della tentata insurrezione, il blocco ispirato dalla paura di perdere tutto, forse pure la vita.

Vladimir Putin viene allertato dai servizi segreti con 48-72 ore di anticipo rispetto alle mosse di Prigozhin. Quanto basta per ordinare l’innalzamento del livello di sicurezza a presidio delle strutture strategiche, fra cui lo stesso Cremlino, e per distribuire armi al personale della guardia presidenziale, dispiegato in maniera massiccia a protezione del leader. Ma lasciate senza guida, dilaniate dai dubbi, anche le strutture chiamate a gestire l’ordinario sono vittime dello spaesamento.
Quando vedono le truppe del Wagner entrare a Rostov, una città da oltre un milione di abitanti penetrata senza colpo ferire, i funzionari locali si ritrovano dinanzi ad un bivio esistenziale che un altro importante Vladimir della storia russa – Lenin – avrebbe riassunto nel seguente quesito: “Che fare?“.

I capi militari decidono semplicemente di “non fare“, di stare a guardare. Alcuni di loro si convincono che la teoria del complotto che circola su alcuni blog militari russi sia infine vera: credono cioè che la ribellione sia in qualche modo orchestrata dal Cremlino, si dicono certi che il rabbioso discorso alla nazione pronunciato dal presidente, come l’ordine di cattura emesso nei confronti di Prigozhin, altro non siano che mosse scenografiche, abilmente studiate dalla leadership per confondere le acque ai nemici di dentro e di fuori. E chissà se ci credono, mentre lo dicono.

La situazione è grave. Lo è al punto che per Mosca tutto questo è il meno. Da quanto emerge, durante la rivolta non solo anonimi responsabili locali, ma pure le alte sfere dei servizi segreti e dell’establishment militare accarezzano l’idea che il golpe di Prigozhin abbia successo. Un alto funzionario NATO afferma al riguardo che figure di spicco nel cuore del potere russo abbiano atteso trepidanti l’evoluzione del piano di Prigozhin, pronte ad unirsi alla sua ribellione, ad entrare in azione per favorirne la completa riuscita.
Sono elementi di un puzzle più ampio, comprensibili soltanto nella logica che regola lo Stato russo, per molti versi simile a quella di un’organizzazione di stampo mafioso. L’ex colonnello dell’intelligence russa, Gennady Gudkov, sostiene ad esempio che la sfida di Prigozhin abbia mostrato un Putin “non in grado di prendere decisioni serie, importanti, rapide in situazioni critiche“, che abbia offerto lo spettacolo di un leader che “si è semplicemente nascosto“. E questo, avvisa, “non è stato capito dalla maggior parte della popolazione russa. Ma è stato compreso molto bene dalle élite“: il presidente non è più “il garante della loro sicurezza e della conservazione del sistema“.

Per dirla con le parole di Bill Burns, Prigozhin ha fatto carta straccia del più o meno tacito patto sociale proposto da Putin ai russi più di due decenni or sono: “Voi stai fuori dalla politica. Sono affari miei. Quello che offrirò in cambio sono l’aumento del tenore di vita. In linea di massima, non entrerò nella vostra vita personale. (…) Voi seguite la mia guida politica. In cambio vi assicuro protezione dalle minacce esterne,
protezione reciproca. E, inoltre, che tutti possano nutrirsi alla mangiatoia“.
È da qui che origina il pericoloso disorientamento, lo stesso che porta molti cittadini a domandarsi: “Il re è nudo? O, quanto meno, perché ci sta mettendo così tanto a vestirsi?“. Ecco, è proprio in questi frangenti, con il regime che sbanda pericolosamente, che Mikhail Borisovich Khodorkovsky nutre corpose speranze di riuscire nell’impresa cullata da tempo: vendicarsi dell’uomo che in passato lo ha privato delle sue enormi ricchezze, confinandolo in carcere, stravolgendone l’esistenza.
Da anni MBK, oligarca in esilio da pochi mesi catalogato da Mosca alla stregua di “agente straniero”, studia tattiche rivoluzionarie, elabora apposite strategie, stringe influenti contatti in attesa dell’ora, a suo dire sempre più vicina, in cui il suo nemico giurato lascerà il potere. Quando quel giorno arriverà, perché arriverà, la Russia democratica dovrà farsi trovare pronta, dice. Dovrà fare cioè l’opposto di quanto fatto negli ultimi anni. Anzi, nelle ultime settimane. Perché insinuarsi nell’evidente debolezza del Cremlino era possibile.
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