Pubblicato il Carico la pagina...
Pubblicato il Carico la pagina...

Pubblicato il 29 luglio 2023
All’alba del 26 luglio, il legittimo presidente del Niger, Mohamed Bazoum, non immagina ancora che la sua vita possa essere in pericolo. È vero che nei giorni scorsi ci sono state tensioni con alcuni elementi della guardia presidenziale, ma ad un golpe non pensa nessuno. All’interno del palazzo, poi, il capo dello Stato si sente al sicuro. Altimenti non acconsentirebbe a far dormire moglie e figli sotto il suo stesso tetto. Così, quando uomini armati fanno irruzione comunicandogli che un colpo di stato è in corso e che lui sarà presto deposto, Bazoum viene colto di sorpresa.
Nessuno gli torce un capello. E lo stesso vale per i suoi familiari. Perché da ostaggi rappresentano il bene più prezioso dei loro carcerieri, l’unica polizza sulla vita dei golpisti. Ma chi è il mandante della congiura? Chi ti ha tradito, presidente Bazoum?

Pochi dubbi, almeno su questo: è stato Abdourahmane Tchiani, il comandante della guardia presidenziale.

Quando Bazoum sale al potere, nella primavera del 2021, per preservare il delicato equilibrio di un Paese segnato dai colpi di Stato, resiste alla tentazione di un repulisti, accettando di mantenere Tchiani al suo posto, pur consapevole della sua fedeltà all’ex presidente Issoufou.

Da qualche mese a questa parte, però, nella testa di Bazoum si fa strada un’idea: vuole modificare gli assetti dell’esercito, circondarsi di persone di fiducia. Ne ha bisogno lui e ne ha bisogno il Niger, ultimo avamposto occidentale nel Sahel, dopo che Mali e Burkina Faso sono caduti.
E dunque eccolo, il pomo della discordia. La scintilla che innesca il rogo.
Questo controverso generale dell’esercito nigerino non accetta l’ipotesi comunicatagli pochi giorni prima: l’idea di essere sostituito come capo della guardia presidenziale non gli è proprio andata giù. D’altronde non si tratta di un ruolo banale, è questione di potere. Il comparto è formato da circa 700 uomini, arricchito da una ventina di veicoli blindati: bocconi ghiotti per chiunque ambisca a dire la sua nel Paese.
Di Tchiani poi, in Niger, si dicono molte cose, ma tra queste ce n’è una che inquieta più di altre: l’accusa, mai ufficialmente dimostrata, di aver già preso parte ad un tentativo di golpe, in quel caso fallito. È forse questa esperienza pregressa che gli consente di muoversi con disinvoltura, di pensare a tutti i dettagli utili per la riuscita del suo piano. Per prima cosa fa bloccare tutti gli ingressi del palazzo presidenziale; poi manda i suoi cecchini sui tetti della struttura, per controllare che nessuno si avvicini, e che a qualcuno non venga in mentre di imbastire un blitz per liberare gli ostaggi.

Bastano i primi dispacci da Niamey, i primi reports che parlano di una situazione potenzialmente critica per il presidente Bazoum, perché in Occidente risuonino le sirene d’allarme.
Chi può comunicare con i golpisti? Chi può stabilire un contatto per convincerli a non commettere azioni avventate? Tutti pensano ad un uomo: a Mahamadou Issoufou, predecessore di Bazoum, l’uomo al quale il generale Tchiani ha in passato giurato fedeltà.

La sua sicurezza, non appena si è diffusa nella capitale la voce di un golpe, ha innalzato tutte le misure di sicurezza a sua protezione, impedendo ad Issoufou e a sua moglie di lasciare la propria residenza, nel timore che qualcuno potesse avere interesse ad eliminarlo dalla scena. Eppure anche attorno all’ex presidente si addensano i sospetti: fin da subito c’è chi lo individua come uno dei possibili mandanti dell’azione golpista, vista la sua vicinanza a Tchiani. Issoufou nega ogni addebito, e per dimostrare le sue buone intenzioni condanna pubblicamente il tentativo di colpo di stato. Poi prende in mano il telefono. Parla con il presidente della vicina Nigeria, Bola Tinubu, con quelli di Guinea-Bissau e Benin, tutti interessati a comprendere cosa stia accadendo in Niger, e quali potrebbero essere le azioni da intraprendere per riportare l’ordine. Ad ognuno di loro, Issoufou, spiega di essere in contatto con il comandante Tchiani, di averlo addirittura incontrato per 3 volte dall’inizio del golpe, ma di non essere in alcun modo riuscito a riportarlo alla ragione.
Di ora in ora, la situazione sembra precipitare per il presidente Bazoum. In un primo momento, messo di fronte a Tchiani, il leader nigerino è convinto di poter rimontare in sella, conducendo una normale trattativa. Ma basta poco per comprendere che i negoziati non condurranno alla meta. E questo pessimismo, chissà perché e chissà per come, a poco a poco contagia il Niger. Se il primo giorno a manifestare all’esterno del palazzo presidenziale sono i seguaci di Bazoum, l’indomani, in mezzo alla folla, spuntano bandiere della Russia.

La gente urla a squarciagola cori antifrancesi. Ed il leader del Wagner, Evgenij Prigozhin, rigira il coltello nella piaga, complimentandosi con i nigerini che hanno “di fatto, guadagnato l’indipendenza“. Pure la speranza di un intervento dell’esercito, a lungo addestrato dalle truppe occidentali, d’improvviso sembra venire meno. In un primo momento schierato dalla parte di Bazoum, quando il presidente appare spacciato, è un comunicato dello Stato maggiore ad assicurare sostegno ai golpisti, ufficialmente “per preservare l’integrità fisica del Presidente della Repubblica e della sua famiglia”, ed evitare “uno scontro mortale che potrebbe provocare un bagno di sangue“. Tchiani compare sulla tv di stato ufficializzando la presa di potere. Tutto finito? Forse no. Per il presidente Bazoum una speranza esiste ancora.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
Retroscena, approfondimenti, dirette degli eventi che cambiano il mondo. Sali a bordo, naviga i mari in tempesta della politica internazionale.
Iscriviti