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Pubblicato il 01 agosto 2023
Sull’homepage del Global Times, quotidiano del Partito Comunista Cinese, fanno oggi capolino ben due articoli dedicati all’Italia e alle sue scelte sulla Nuova Via della Seta. Quanto onore, direbbe qualcuno. Magari gli stessi artefici di quell’intesa, gli inguaribili fan del regime di Pechino: sono coloro che in queste ore si dimenano, terrorizzati che tutto salti, pregando Giorgia Meloni di ripensarci, di non recedere dal Memorandum che rischiò di costare all’Italia l’osso del collo.
Ma, fra le due pubblicazioni, quella (geo)politicamente più interessante è l’editoriale che riflette l’orientamento del giornale di partito. Lì violenti attacchi e molto poco velate minacce vengono indirizzate al Belpaese ed ai suoi ministri, nell’incapacità di nascondere la delusione per il passo indietro italiano. Nella consapevolezza che i colpi di scena auspicati da Pechino non avranno luogo.

Il Dragone chiarisce le proprie intenzioni in realtà fin dal principio: “Non lasciate che la BRI diventi il rimpianto dell’Italia“, è il titolo prodigo di attenzioni non richieste. Si prosegue con un’invasione di campo in piena regola, con l’irritazione espressa nei confronti del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, colpevole di aver definito “improvvisato e scellerato” l’atto del governo Conte di aderire al Memorandum d’Intesa. Parole “molto imbarazzanti“, sentenziano i cinesi, lamentandosi del merito come del metodo, poiché “è anormale” – scrivono – “che un ministro della Difesa faccia simili affermazioni“.
La Cina pretende insomma di stabilire chi possa parlare e chi no, e di che cosa, in un Paese democratico, faticando forse a comprendere come le cose funzionino in un ordinamento liberale, di certo diverso dal suo. O più probabilmente si illude che l’Italia possa cadere nella sua trappola. Come d’altronde già accaduto, quando bastò giocare spiccioli argomenti di natura economicistica per convincere il governo italiano a scambiare la propria sicurezza per una partita di arance.
Come se un Paese del G7 e della NATO potesse un bel giorno dimenticare il proprio campo d’appartenenza, vendersi al migliore offerente, in nome del Dio denaro. Alcuni di coloro che lo hanno pregato ammettono infine di essere divenuti atei, poiché nemmeno il volume di affari ha beneficiato dell’abbraccio con l’Oriente. Morsa potenzialmente letale, come anzitempo avvisato dall’America, spazientita dall’allora incapacità di Roma di percepire i rischi ai quali stava esponendo l’intera Alleanza. E ad un certo punto preoccupata che fosse non tanto questione di superficialità ed impreparazione, quanto di inquietante dolo.
Così si spiega lo spaesamento cinese, il senso di tradimento vissuto oggi a Pechino, l’avvertimento secondo il quale “è questo il momento di testare la saggezza politica e l’autonomia diplomatica dell’Italia“. Solo è curioso che nel descrivere la scomoda posizione di Roma, divisa secondo il Global Times tra la volontà di ottenere “il riconoscimento politico di Washington” e “la cooperazione economica con la Cina“, si indichi come vero responsabile dell’impasse l’energica pressione americana. Non risulta: responsabile è chi mise l’Italia spalle al muro in tempi non sospetti. Chi la portò a giocare una partita non sua, invertendo metà campo, cambiando squadra, spiegando con disinvoltura quanto meno sospetta di essere entrato a far parte di quella vincente. E lo so che questa è un’altra storia, ma è bene sempre tenerla a mente.
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