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Pubblicato il 11 agosto 2023
Un giorno non troppo lontano da questo, Mohamed Bazoum raccontò ad un giornalista che morire per il Niger poteva far parte del lavoro di un Presidente. Oggi la possibilità che ciò accada è più concreta. Persino gli Stati Uniti, fino ad ora prudenti, restii a scaldare gli animi, decisi a percorrere tutte le possibili strade della diplomazia pur di scongiurare lo scenario di un sanguinoso conflitto nel Sahel, hanno adesso compreso le reali intenzioni dei golpisti di Niamey. Ed alzato finalmente i toni.
A parlare è stato Antony Blinken, il segretario di Stato che con Mohamed Bazoum, nel corso degli anni, ha costruito un rapporto personale che non è eccessivo definire di vera amicizia. Gli Stati Uniti d’America, ha scandito, “riterranno la giunta che ha preso il potere in Niger responsabile dell’incolumità del presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum, della sua famiglia e dei membri del governo in carcere“. Non si tratta di parole pronunciate a caso. Anche l’Unione Europea, negli ultimi giorni, ha ricevuto informazioni a dir poco allarmanti sulle condizioni di detenzione di Bazoum, su quelle della sua salute.
Il presidente è sottoposto ad indebite pressioni dagli uomini del generale Tchiani, l’uomo che lo ha tradito, forse un attimo prima di essere coinvolto in una maxi-inchiesta giudiziaria che ne avrebbe travolto l’esistenza. I soldati, ogni giorno, ordinano al legittimo leader di Niamey di rassegnare le dimissioni, di rinunciare ai poteri che la Costituzione gli assegna, su mandato del popolo nigerino. Ma Mohamed Bazoum resiste, consapevole dei suoi doveri, delle sue (poche) possibilità di sopravvivere senza quel titolo ad oggi di sola rappresentanza. Ad ogni diniego di firmare quel foglio di resa, ad ogni orgoglioso rifiuto, segue un inasprimento della sua prigionia, una nuova tortura inflitta.
Come vive un presidente in ostaggio? E cosa ne è, oggi, della moglie e del figlio di Mohamed Bazoum, a loro volta prigionieri di coloro che avrebbero dovuto proteggerli?
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