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Pubblicato il 14 agosto 2023
I religiosi nigeriani di ritorno da Niamey, dopo ore di mediazione a porte chiuse con il leader dei golpisti, Abdourahamane Tchiani, si erano infine detti fiduciosi sulle buone intenzioni del generale. La volontà di esplorare la strada della diplomazia, avevano confidato, era in definitiva emersa.
Allora cos’è successo se, subito dopo l’incontro, il portavoce della giunta militare si è presentato alla tv di Stato per pronunciare parole indiziate di rappresentare la pietra tombale su ogni possibile intesa?
Perché la volontà dichiarata di processare Mohamed Bazoum per “alto tradimento” altro non è che questo: uno schiaffo inferto alle colombe che da settimane scacciano l’opzione di un intervento militare. Eppure non si può ignorare il riferimento velato degli insorti, giacché l’accusa mossa nei confronti dell’unico legittimo presidente del Niger può essere infatti punita dall’ordinamento locale (anche) con la pena di morte.
I più ottimisti ci vedono con fantasioso slancio i presupposti per un accordo: “I golpisti” – è il ragionamento – “alzano la posta ora per poi concederci qualche risultato“.
Ma è proprio alla luce di questo scenario ingarbugliato e teso, con in gioco la vita di un capo di Stato – per la seconda volta in pochi giorni minacciato di morte dai suoi aguzzini – che bisognerà adesso valutare la risposta ai golpisti nelle prossime ore. A maggior ragione in considerazione del fatto che è andata approfondendosi la frattura all’interno di un blocco occidentale a dire il vero fin dall’inizio della crisi in Niger non così granitico come si sarebbe sperato.
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