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Pubblicato il 31 agosto 2023
È una pioggia sottile quella che cade su Berlino il 17 novembre 2021, ma non abbastanza per incunearsi tra i pensieri di Olaf Scholz.
Nemmeno nei suoi vecchi panni da avvocato gli era mai capitato di affrontare una trattativa tanto complicata. Ma i negoziati che dovranno renderlo cancelliere di Germania, adesso, devono attendere. Il messaggio che ha affidato ai componenti del suo staff è chiaro: recarsi all’ambasciata americana è urgente. D’altronde c’è chi ha attraversato l’Atlantico soltanto per incontrarlo. E non può più aspettare.
Basta una stretta di mano per capire che il sorriso di Chris Coons è soltanto di circostanza. Il senatore statunitense è preceduto dalla fama di “segretario di Stato ombra” di Joe Biden, tanto gli è vicino, ma stavolta è ambasciatore di messaggi oscuri, di parole che mai avrebbe voluto pronunciare.

In altri tempi e altri contesti, un diverso approccio sarebbe stato preferibile. Perché Olaf Scholz ha appena ricevuto dalle mani di Angela Merkel un testimone pesante: concedergli un fisiologico periodo di ambientamento sarebbe stato giusto. Ma è lo scenario internazionale ad imporre di badare al sodo, a fare terra bruciata di ogni brandello di normalità. Se l’America si è precipitata in Germania, dunque, è perché ha bisogno di sapere: quando la tempesta avrà inizio potrà contare su Olaf Scholz?

Gli esperti militari giunti al seguito di Chris Coons snocciolano dati e scenari uno dietro l’altro, senza tentennamenti. Le informazioni fornite dalla CIA suggeriscono con forza che non sia più questione di “se“, ma solo di “quando“. Ormai da settimane Vladimir Putin ammassa truppe al confine con l’Ucraina.

E ciò impone una riflessione: cosa farà l’Occidente nel momento in cui il primo soldato russo oltrepasserà la frontiera? A Washington, al sospetto storico nei confronti delle mosse di Berlino, si è aggiunta infatti nelle ultime settimane una preoccupazione di altro segno. È un tallone d’Achille esposto, quasi luccicante, quello che ha a che fare con la dipendenza tedesca dalle importazioni di gas russo. Ma il cancelliere appare come sconvolto nell’apprendere il tasso di fragilità di Berlino.

D’un tratto si volta verso i suoi collaboratori, quasi cercando un appiglio. Domanda loro quali altri Paesi potrebbero aiutare la Germania, adesso, a scaldare l’inverno di milioni di tedeschi. Ma sa benissimo da sé che non basterà una semplice virata per invertire la rotta tracciata negli ultimi anni. Dunque con quale spirito, l’8 dicembre di quello stesso anno, Olaf Scholz può leggere il telegramma di congratulazioni che il presidente russo ha deciso di inviargli? Vladimir Putin si felicita per il suo nuovo incarico, ed auspica almeno a parole una “buona collaborazione“. Crede davvero in ciò che scrive?
Anche l’anno nuovo è foriero di cattivi presagi. Roderich Kiesewetter è oggi un deputato del Bundestag ma resta prima di tutto un veterano dell’esercito tedesco. È il 20 gennaio quando apprende una notizia di cui avrebbe volentieri fatto a meno.

Nel corso di una manovra al confine, definita semplice “esercitazione“, i russi hanno distribuito 100mila sacche di sangue agli ospedali da campo. “No, non è così che ci si esercita“, riflette tra sé e sé. Mosca sta preparandosi all’impatto, è sotto gli occhi di tutti. Allora perché nelle capitali europee ci si muove con difficoltà e lentezza caratteristiche di un brutto sogno? Eppure le sirene d’allarme risuonano, a volume tale da dover ridestare i governanti dormienti.
Fra gli ambienti dell’intelligence tedesca, ad esempio, è filtrata la notizia che la leadership militare russa ha simulato attacchi nucleari prendendo di mira proprio la Germania. I missili sono stati puntati contro la base americana di Ramstein, contro quella della Luftwaffe a Büchel e contro quella collocata nel distretto governativo di Berlino.

Forse anche il porto di Amburgo è finito nel mirino. Tuttavia il capo dei servizi segreti tedeschi, Bruno Kahl, continua a sottovalutare le reali intenzioni di Vladimir Putin.

Di più: in molte delle maggiori capitali europee a stento si cela il fastidio per i continui avvertimenti americani? C’è addirittura chi coltiva un sospetto: e se gli annunci degli apparati USA fossero parte di una strategia di disinformazione mirata? Se puntassero a surriscaldare l’atmosfera politica per interessi propri?
Quasi nelle stesse ore in cui Berlino si ciba della propria diffidenza, Antony Blinken, segretario di Stato americano, è a Ginevra per incontrare il suo omologo russo, Sergei Lavrov.

Eccola, una delle ultime occasioni per salvare il salvabile. Persino la neutrale Svizzera sembra scossa dai venti di guerra incredibilmente forti che sferzano il mondo. È proprio Blinken a ricordare: “Non ho mai visto il lago di Ginevra più agitato in vita mia, come un oceano con una forte tempesta in arrivo. Ho accennato a questo e ho detto: ‘Abbiamo la responsabilità di vedere se riusciamo a calmare il mare, a calmare il lago‘”. Ma Lavrov non è il solito Lavrov. È evasivo, stranamente di poche parole, e quando il collega lo prende in disparte, quando lo guarda negli occhi chiedendogli: “Dimmi, cosa state cercando di fare?“, preferisce non rispondere.
Domenica 6 febbraio. Ancora la pioggia. Olaf Scholz è in procinto di partire alla volta di Washington mentre in Germania, sui social, impazza l’hashtag “Dov’è Olaf Scholz?“. “Ma come?“, sembra domandarsi il cancelliere: sono qui, pronto ad affrontare il cigno nero che nessuno dei miei predecessori avrebbe mai osato neppure immaginare…

Quando l’aereo governativo atterra all’aeroporto della capitale, la capo-hostess si congeda dall’altoparlante di bordo: “Caro Cancelliere, le auguro un felice soggiorno a Washington“. I lampeggianti delle auto che lo attendono sulla pista d’atterraggio quasi lo accecano. Ma è forse l’ultimo momento in cui Scholz chiude gli occhi fino al giorno successivo. Sarà il fuso orario, sarà l’ansia per un incontro che sente come decisivo, ma il cancelliere non riesce a prendere sonno. Una passeggiata lungo le rive del Potomac aiuta a rilassare i nervi prima di fare il proprio ingresso nello Studio Ovale.

La visita in sé passerà agli annali come quella in cui Joe Biden promette urbi et orbi che “se la Russia invade, se i carri armati o le truppe attraversano nuovamente il confine con l’Ucraina, allora non ci sarà più il Nord Stream 2. Metteremo fine a tutto questo. Prometto che ce la faremo“. Ma Olaf Scholz ha paradossalmente altri motivi per uscire turbato dall’incontro.
Stephan Lamby, uno dei documentaristi più famosi di Germania, dal 2021 viaggia spesso al seguito del cancelliere.

Nell’albergo in cui alloggia con gli altri colleghi della stampa, una donna americana sulla quarantina gli chiede in ascensore la sua provenienza: “Ah, Germania, okay“, annuisce senza grande entusiasmo. Poi domanda: “Cosa la porta a Washington?” Lamby risponde che è lì per accompagnare il Cancelliere tedesco nella sua visita alla Casa Bianca. “Oh“, risponde l’altra ancora più tagliente, “che divertimento!“. È solo un aneddoto, ma restituisce perfettamente l’umore degli americani: visti da lì, l’Europa, l’Ucraina, sembrano così lontane…
Al ritorno sull’Airbus che lo riporta a Berlino, Olaf Scholz è stravolto.

Lamby ha accesso ai locali che ospitano il cancelliere. E così preoccupato non l’ha mai visto.
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