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Pubblicato il 04 settembre 2023
17 marzo 2024. La giornalista alla conduzione del tg sulla rete pubblica russa interviene con una breaking news dal potenziale esplosivo: “Ed ecco che i risultati degli exit poll sono finalmente arrivati. Secondo le informazioni provenienti da due diversi istituti di sondaggi, nessuno dei candidati alle elezioni ha ottenuto la maggioranza dei voti richiesta. Il nuovo presidente russo sarà deciso al ballottaggio, fra tre settimane“.

Traduzione: Vladimir Putin, incredibilmente, non ha vinto.

Dopo una campagna elettorale sottotono, con una società russa fiaccata dall’impatto delle sanzioni internazionali ed un’opinione pubblica alle prese con la stanchezza derivante da una guerra sciagurata, l’inquilino del Cremlino è posto dinanzi ad uno spettro che mai prima d’ora aveva preso realmente in considerazione.
Soltanto pochi mesi fa ha osservato con curiosità mista ad inquietudine la parabola elettorale del Sultano turco, Recep Tayyip Erdogan. Lo ha visto lottare nell’arena, combattere nel fango, vacillare sotto i colpi dell’opposizione unita. Resistere infine al tentativo di spallata, trionfare, restare presidente.
Ma mai e poi mai, neanche nel peggiore dei propri incubi, ha immaginato di ritrovarsi, nel giro di così poco tempo, a sperimentare la stessa straniante condizione di fragilità esposta.
Un candidato liberale, poco sopra la quarantina, un perfetto outsider, è riuscito ad intercettare il malcontento diffuso nella sconfinata Federazione Russa. Ha condotto una campagna elettorale “all’americana“, molto diversa da quella cui i russi sono abituati. Si è mosso con largo anticipo, ha visitato ogni regione, promesso ascolto, proposto soluzioni. Ed ha così aggirato la censura dei grandi media controllati dallo Stato, smentendo le rilevazioni pilotate che a poche ore dal voto lo accreditavano nella migliore delle ipotesi di un 2% di consensi. È portatore di un vento nuovo, di cambiamento. E c’è chi ha osato paragonare il suo tocco magico proprio a quello del Putin degli inizi. Com’è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I primi voti delineano infatti uno scenario allarmante. Nelle grandi città, a Mosca come a San Pietroburgo, il presidente uscente paga un 5-10% di ritardo rispetto al suo avversario. Hanno retto soltanto le periferie, le storiche roccaforti del consenso putiniano. La Cecenia di Kadyrov, ad esempio, che non ha tradito. E pure nella Crimea occupata si registrano ancora elevate percentuali di sostegno. Ma il 40% riportato a livello nazionale è fin troppo lontano dal 50% necessario perché non abbia inizio il temuto liberi tutti.
Certo, Putin può ancora fare leva sui poteri incondizionati che la presidenza assicura. Può promettere ai leader degli altri partiti un maggiore coinvolgimento nell’amministrazione del Paese, in cambio di un apparentamento al ballottaggio; e mari e monti agli elettori, per convincerli a concedergli altri 6 anni al potere. Ma è un vero e proprio referendum sulla sua persona, quello che avrà luogo fra ventuno giorni. E quella che si respira sui social russi è un’atmosfera da “ora o mai più”.
No, Vladimir Vladimirovich è troppo esperto per non sapere: dopo questa notte, ha un piede e mezzo fuori dal Cremlino.
4 settembre 2023. Il romanzo si interrompe. Quanto è realistico uno scenario simile?
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