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Pubblicato il 08 settembre 2023
Chi di campagne elettorali ne ha condotte per una vita, giura con la mano sul cuore che una così non l’aveva mai vista. Perché è una storia di trattative rocambolesche, di colpi sopra e sotto la cintura, di pallottolieri in continuo aggiornamento da mesi (e figurarsi nelle prossime settimane) quella che vede Roma, Riyad e la coreana Busan impegnate in una sfida all’ultimo voto per assicurarsi Expo 2030.
Se di questa battaglia non avete ancora sentito parlare, è un po’ un problema. Perché il valore complessivo dell’impatto economico per l’Italia è stato stimato in oltre 50 (cinquanta) miliardi di euro. Roba da cambiare il volto di Roma. E non solo quello.
Ecco perché sono voci che contano – eccome se contano – quelle che in queste ore descrivono i vertici dell’Arabia Saudita, grande favorita della vigilia, come preda di un nervosismo inedito, di un’ansia da prestazione che mai era stata sperimentata dall’inizio di questa grande corsa.
Dicono, più di preciso, che a Riyad si inizi a sentire il fiato sul collo italiano. Un refolo ancora leggero, ma caldo al punto da suscitare l’irritazione degli uomini del principe ereditario Mohammed bin Salman.
“Credevano di avere già vinto, e noi invece siamo in partita“, sussurrano con un certo orgoglio dal Comitato promotore italiano, ma senza spingersi troppo oltre, consapevoli che da qui al 28 novembre – giorno in cui i delegati di 181 Paesi si riuniranno per votare a Parigi – tutto può ancora succedere.
Incluso che questa “aria di rimonta“, di cui pure si vocifera a Palazzo Chigi, venga spazzata via da un nuovo allungo saudita.

Perché è troppo alta la posta in gioco. E troppe sono le incognite di cui tener conto. Anzitutto l’ambizione sfrenata di MBS. Il suo desiderio di scrollarsi di dosso il soprannome di “segaosse“, eredità dell’omicidio Khashoggi. A disposizione della campagna ha messo un budget monstre di 7,8 miliardi di euro. E non è escluso un ulteriore rilancio.
Così è successo che il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, nel suo giro del mondo, abbia spesso ostentato sotto il naso di presidenti ed ambasciatori, ministri e funzionari, la potenza di fuoco dei riyāl della casa Saud.
Soldi e promesse al servizio di fantasmagorici progetti da finanziare ai quattro angoli del Pianeta possono vincere sul fascino e sulla storia di Roma?

Su questo quesito, per lungo tempo, l’Italia si è cullata rispondendosi che no, nessuno avrebbe potuto preferire in una contesa il deserto d’Arabia alla bellezza della Città Eterna. Anche così si è accumulato un ritardo che fino a poche settimane fa sembrava incolmabile. A tenerci in gioco le altrui pecche ed una rete diplomatica frutto di decenni di lavoro: “In ogni Paese abbiamo un progetto in corso. Loro solo promesse. E noi lo facciamo pesare“, spiega uno special ambassador inviato nel Pacifico. Senza contare che “noi siamo l’Italia, loro l’Arabia Saudita: semplicemente, stiamo più simpatici a molti“, la mette giù un esperto diplomatico.
Chi ha un quadro aggiornato della partita per Expo assicura che l’ostacolo principale sarà sopravvivere al primo scrutinio. Sarà quello il momento più pericoloso, la fase in cui l’Arabia Saudita avrà le probabilità maggiori di chiudere la contesa. Se dovesse accadere, l’Italia si troverebbe a gestire una sonora bocciatura, un’onta difficile da smaltire a livello internazionale.
D’altronde il sistema elettorale del Bureau international des expositions (Bie) non ammette fraintendimenti: per vincere al primo scrutinio è necessario che una delle città candidate ottenga almeno i due terzi dei voti in palio. Se ciò non accade, ha luogo un altro scrutinio per eliminare la terza incomoda. Tutto oggi porta a dire che la prima esclusa sarà Busan.

La Corea del Sud ha puntato tutto sull’high tech, ha costruito una candidatura rivolta al futuro, cercato di spiegare che questa può essere il presente, ma ha faticato a raccogliere consensi persino in Asia, dove il Vietnam viene conteso dagli italiani, la Cina sostiene gli arabi e il Giappone è un diamante prezioso, anelato da tutti.
Dovesse l’Italia scongiurare il cappotto di Riyad al primo scrutinio, dovesse Roma meritarsi l’accesso al ballottaggio, ecco che le possibilità della Penisola crescerebbero in maniera vertiginosa. Racconta un diplomatico italiano che “MBS comincia ad avere paura. Ha a lungo insistito perché il voto fosse palese. Perché sa che nessuno lo ama e che molti lo tradiranno nell’urna“.
Sono partiti presto i sauditi, cercando di anticipare la corsa italiana. In molti casi si è rivelata una mossa vincente, ma gli ambasciatori del Belpaese stanno adesso giocando d’astuzia. Si prenda Vanuatu, arcipelago sperduto nel Sud Pacifico, per mesi incasellato dai sauditi nelle proprie colonne di consenso. Ma la settimana scorsa nella capitale Port Vila il governo locale è caduto. Tempo due settimane e gli italiani torneranno a trattare col nuovo esecutivo, con cospicue possibilità di accrescere i propri consensi. Potrebbero apparire vicende marginali. Qualcuno prima d’ora aveva forse sentito parlare di Vanuatu? Ma in questo sistema di voto “uno vale uno”: Palau vale gli Stati Uniti, il Malawi la Francia. Chi ha più voti vince. E dunque, ad ora, qual è lo stato dell’arte? Quante le possibilità di vittoria?
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