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Pubblicato il 16 settembre 2023
A pochi passi da Barack Obama, con lo sguardo di milioni di americani addosso, nel pieno del dibattito che deciderà le sue sorti, Mitt Romney trova il tempo per un ultimo appunto. In cima al foglio scrive una parola. Soltanto “Papà“. Accanto scarabocchia un piccolo sole.

Ai suoi figli, poche ore dopo, spiegherà: “Penso sempre a lui, a quando mi teneva sulle spalle. Non sarei qui, non sarebbe stato possibile correre per la Casa Bianca, senza un padre così“.

È da lui che ha imparato tutto ciò che conosce, è per lui che è diventato l’uomo che oggi saluta, senza rimpianti, la politica a stelle e strisce.
“Sogna, e sogna in grande“, gli diceva papà George – incarnazione del sogno americano: nato in Messico, non laureato, riuscito ad issarsi a governatore del Michigan, a sfiorare la presidenza – “e se sognerai in grande e se lavorerai duro e se pregherai sempre, i tuoi sogni saranno realtà“.

Ma Mitt ha sognato tanto, ha lavorato sempre, ha pregato ogni giorno. E allora, potrebbe avere il diritto di chiedere: perché ho fallito?
Annunciando il ritiro dalle scene, Mitt Romney, 76 anni, dice ora di essere troppo vecchio per continuare a lottare in prima linea. Ma Joe Biden è stato eletto presidente a 78 anni, dopotutto. Perché non lui? Perché non Romney? Perché non un ultimo giro di giostra? Chi lo conosce replica: da qualche tempo i suoi piedi si trascinano un po’. Ed è stanco, sì, diciamo pure molto stanco. Ma guardatelo, guardatelo bene, guardate almeno i suoi capelli. Le tempie ingrigite, solo quelle, e poi la chioma sempre folta, luccicante, nerissima.

Leon de Magistris, il suo barbiere – nome, sangue e volto da italoamericano – è pronto a giurare: il senatore non usa la tinta, “non è – come si dice? – nel suo DNA“.

Non che non abbia mai discusso con il cliente più prestigioso del suo salone: quante volte gli avrà ripetuto di scompigliare almeno un po’ la sua criniera? “Gli ho detto: ‘Lascia che sia più naturale’“. Niente da fare: “Vuole un look molto controllato. È un uomo molto controllato. I capelli vanno con l’uomo“.
Ma allora cos’è questo assillo? Perché credere che il tempo sia scaduto? Sarà per l’ossessione che da anni ne condiziona i passi. Romney ha sempre pensato che la morte lo avrebbe colto presto e di sorpresa.

Come ogni uomo saggio, non osa sfidarla, ma fa di tutto per allontanarla. Indossa la cintura di sicurezza in auto, si tiene alla larga dal fumo passivo, e non passa giorno senza che abbia svolto la sua seduta quotidiana di cyclette. Amerebbe vivere fino a 120 anni, perché “succederanno così tante cose” e “voglio essere qui per vederle“. Ma i presagi di una morte improvvisa, addirittura violenta, da anni sembrano volergli ricordare che non farà in tempo nemmeno ad avvicinarsi all’ambita soglia.
Qualche anno fa. Aereo per Londra. Un’assistente di volo incrocia lo sguardo di Romney, indugia per un istante, poi sgrana gli occhi, emette un urlo e si rifugia in cabina. Cosa mai avrà visto in lui di tanto spaventoso? Il fatto è che ha appena realizzato che il passeggero che ora siede sull’aereo è lo stesso che ha sognato la notte prima. No, non è qualcuno che gli somiglia, è esattamente lui. Adesso è un fiume in piena, già racconta ciò che ha visto, perché il sogno è stato chiaro: quel viaggiatore farà una brutta fine, sarà ucciso durante una manifestazione ad Hyde Park. Romney sorride: dopotutto, cos’altro può fare? Ma a distanza di qualche giorno, in tutta onestà, quando realizza di trovarsi a pochi passi dal parco, e quando nota che proprio in quegli istanti sta radunandosi una piccola folla, beh, decide di non sfidare le capacità preveggenti di quella strana assistente di volo…
Questione di pensieri e di presagi, dunque. E forse pure di Dna. Perché nessun Romney è ancora riuscito a spingersi oltre gli 88 anni toccati da suo padre. E se non ce l’ha fatta George Romney, perché dovrebbe farcela Mitt? Così, un bel mattino, Romney il mormone, Romney il padre di famiglia, si è domandato: “Voglio trascorrere otto dei 12 anni che mi restano stando seduto qui senza concludere nulla?“. “Qui” è il Senato, ed è anche l’ultima tentazione cui ha ceduto. Correva l’anno 2018: credeva che la sua vita politica, dopo la sconfitta con Obama, fosse da ritenersi conclusa. E invece la passione…

Tra le prime cose che fa, una volta preso possesso del suo ufficio, c’è quella di appendere al muro una mappa. Non è una mappa qualunque. Traccia l’ascesa e la caduta delle più potenti civiltà nell’arco di 4mila anni di storia. Al suo biografo, McKay Coppins, racconta di essere rimasto a fissarla per molte notti, da solo, dopo il 6 gennaio 2021, il giorno in cui la democrazia americana ha rischiato di crollare. Ciò che lo ha colpito è il fatto che artefici del declino sono sempre tiranni di qualche tipo: poco importa che si tratti di faraoni, imperatori, kaiser o re. “Un uomo si circonda di alcune persone e comincia ad opprimere e a dominare gli altri. Forse è un fenomeno legato al testosterone. Non lo so. Ma nella storia del mondo, questo è ciò che accade“. Quello americano è un esperimento, dice, un’eccezione, che sta “combattendo contro la natura umana. L’autoritarismo è come un gargoyle in agguato sopra la cattedrale, pronto a balzare“. E per la prima volta nella sua vita, Romney non è sicuro che la cattedrale resisterà.

Nelle prime settimane successive all’elezione stila un elenco delle cose che vorrebbe realizzare da senatore. Il giorno del suo insediamento sono già 42. Il suo staff lo guarda basito: anche con una polarizzazione meno accentuata tra Democratici e Repubblicani come quella in essere, la lista tracciata da Romney sarebbe difficilmente realizzabile. Ma il nuovo senatore non ha intenzione di scaldare la sedia.

Ai suoi collaboratori fa una richiesta: nei prossimi 6 mesi vorrebbe incontrare a tu per tu tutti e 99 i suoi colleghi. Di più, intende studiarli: ecco perché trascorre delle ore su un album che tiene insieme le foto di tutti i senatori americani. Vuole riconoscerli nei corridoi, stringere mani ed alleanze: sa che è questo il modo per far passare i progetti di legge che più gli stanno a cuore…
Quando si presenta il primo caso di impeachment nei confronti di Donald Trump, quando il presidente viene accusato di aver tentato di convincere l’allora semisconosciuto Volodymyr Zelensky ad indagare sulle attività in Ucraina del democratico Joe Biden e di suo figlio Hunter, Romney decide di mettere da parte i suoi pregiudizi sull’inquilino della Casa Bianca. Non lo ama, e non ne ha fatto mai mistero. Ma la Costituzione è chiara, almeno ai suoi occhi: in questo processo bisogna comportarsi da giurati, non da politici. Così prende parte alle audizioni, annota appunti, ascolta tutte le argomentazioni. E di notte si tormenta. Sul suo diario scrive: “È interessante notare che a volte penso che voterò per la condanna, e a volte penso che voterò per l’assoluzione“.
Il 5 febbraio 2020, quando prende la parola, è tanto scosso quanto deciso a fare il suo dovere: Donald Trump è colpevole. Già lo sa che non servirà a nulla, che tutti gli altri suoi colleghi salveranno il presidente. Ma nella vita ha già imparato che non sempre ciò che conta è essere sul carro del vincitore. Ha la voce quasi rotta quando dice: “Con il mio voto, dirò ai miei figli e ai loro figli che ho fatto il mio dovere al meglio delle mie capacità, credendo che il mio Paese se lo aspettasse da me“.

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