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Pubblicato il 03 ottobre 2023
Per tutta una vita lo hanno chiamato “Baby Gaetz“. Troppo lunga l’ombra di suo padre Don, potente parlamentare GOP, per pensare di essere semplicemente Gaetz. Ma adesso è il momento. Matt si prende i riflettori, la scena. Sfida Kevin McCarthy. La sua fine è la sua vittoria.

Solo posti in piedi per lo spettacolo del secolo alla Camera USA. No, nessuna esagerazione. Per trovare qualcosa di simile bisogna tornare indietro di 113 anni. Mai uno Speaker è stato privato del suo martelletto con una battaglia a viso aperto.

E non è un caso che pure l’Aula – solitamente chiassosa, svogliata – quando Gaetz si presenta sul podio, osservi uno strano silenzio. Non si tratta di rispetto. Qui quasi nessuno ama Matt Gaetz: il ribelle, l’inaffidabile, il cinico, lo scorretto Matt Gaetz.

Il punto è un altro: è che questo 41enne avvocato della Florida è un animale politico particolare, merita l’attenzione dei colleghi poiché provvisto di una particolare dote. Sente l’odore del sangue, illude la sua preda di averla dimenticata, poi d’improvviso l’azzanna. Non per fame. Per il solo gusto di farlo. Si chiama cattiveria politica, è una qualità che in questi ambiti fa spesso la differenza fra la vita e la morte, fra il successo e la polvere.

È per questo che Kevin McCarthy, il politico navigato, stagionato, risponde da giorni “I will survive“. Perché è troppo esperto per non sapere che quella portata dal capo dei radicali trumpiani è una sfida capace di mettere fine alla sua carriera politica.

Ma è vero che McCarthy, un signore che ha ispirato il personaggio di Frank Underwood in House of Cards – non esattamente un pivellino in fatto di giochi d’aula – sopravvivrà allo spettro che ne turba da settimane i sogni? Per darsi una risposta, da giorni passa in rassegna le sue truppe, aggiornando il pallottoliere, preparandosi al momento decisivo. Con poche certezze, con molte paure.

La carica che ricopre ancora gli concede qualche privilegio procedurale. Sarà lui a decidere il come e il quando. Ma non potrà spingersi troppo oltre. Le regole della Casa impongono che la resa dei conti debba avere luogo entro la giornata di domani. Fonti di corridoio suggeriscono di non prendere impegni già per questa sera. Dipende da McCarthy: è lui a dover capire se un’ora di attesa aiuta il suo sfidante o la sua parte, se il tempo è amico o nemico dell’impresa.

Eppure già adesso il destino non è più nelle sue sole mani. Fra le carte che il mazzo gli concede, una prevede il tentativo di uccidere nella culla la mozione prima del voto: chiedere alla Camera di archiviarla, di dimenticarla, come nulla fosse mai accaduto. Ma occorre la maggioranza semplice – la stessa che servirebbe nel voto vero e proprio sulla mozione. Così il rischio è che questa mossa si trasformi nella prova generale di una disfatta. Nel primo tempo di una lunga agonia.

Allora occorre prendere il taccuino, far di conto: di quanti voti necessita, Mr. Speaker? E dove può trovarli? Davvero può uscire indenne dal corpo a corpo col giovane che nulla ha da perdere dalla sfida all’ultimo sangue?
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