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Pubblicato il 06 ottobre 2023
Dicono che Donald Trump ci stia pensando sul serio. Tornare lì, sul luogo del delitto, dove tutto ha avuto inizio. O forse è finito. A Capitol Hill, i conservatori duri e puri, lo aspettano a braccia aperte. Al punto che qualcuno azzarda: “Scusate, perché non lui? Prima Speaker, poi presidente!“.

Costituzionalisti di fama nazionale hanno risolto il dilemma anzitempo. Le incriminazioni, che forse non sono d’ostacolo alla sua corsa alla Casa Bianca, impediscono però al candidato di ambire al martelletto. Fine dei giochi. O forse no.
Perché The Donald, che ama nella vita poche cose più della luce dei riflettori, stuzzicato sul tema non si tira indietro: “Potrei farlo se necessario, al massimo per 30, 60, 90 giorni“. Il tempo utile a consentire ai Repubblicani della Camera di trovare un’intesa.
Show in purezza, senza possibilità di avverarsi in concreto.
Eppure qualcosa la presenza di Trump al Campidoglio significa. Tradirà – tradirebbe – non solo il gusto di tornare per la prima volta da quel famoso 6 gennaio nel tempio violato, ma pure la volontà dell’ex presidente di vestire i panni del kingmaker, come in realtà si è già intuito in queste ore.
Sì, perché nella corsa alla successione di Kevin McCarthy non si ravvisano soltanto tracce di Hunger Games, ma pure test di fedeltà macchinati dall’ex inquilino della Casa Bianca. Quest’ultimo, infatti, il suo endorsement lo ha già pronunciato. Beneficiario Jim Jordan, trumpiano di lungo corso, co-fondatore di quel Freedom Caucus che da mesi tiene in scacco il Congresso, un passato da wrestler ai tempi del college che ha mandato in visibilio il tycoon.

E allora mettiamoli insieme, gli indizi accumulati in questo caso finora irrisolta. Se Trump si è esposto, ha scelto il suo uomo, ed è sempre più padrone del Partito Repubblicano, allora perché i deputati GOP esitano a schierarsi come da attese per il candidato prescelto?
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