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Pubblicato il 05 novembre 2023
Un posto nella Storia, Volodymyr Zelensky, lo ha già. Ed è vero che è stato il destino, almeno in parte, a scegliere per lui, a renderlo leader dell’Ucraina invasa dai russi, a garantirgli per questo una menzione sui libri di scuola. Ma la verità è un’altra. La verità è che Zelensky è diventato Zelensky la notte in cui ha deciso di restare, di non scappare, mentre i parà del Cremlino tentavano di raggiungerlo a Bankova Street.

Lontano migliaia di chilometri, ma con la voce incollata al suo orecchio, Boris Johnson offriva aiuto immediato. Inglesi e americani erano pronti a salvarlo, a trasportarlo in Polonia, a tenerlo in sella come capo di un governo in esilio.
Ma “io ho bisogno di munizioni, non di un passaggio” è stata la risposta che ha cambiato il mondo.
A 620 giorni da allora, l’esito della guerra è ancora incerto. Però una cosa si può dire: senza Zelensky l’Ucraina sarebbe già caduta. Sono stati la sua visione, il suo coraggio, la forza del messaggio, a fornire a Kyiv un orizzonte di indipendenza più lungo dei tre giorni che Vladimir Putin aveva fissato.
Ed è così che la “guerra dei tre giorni” è oggi più vicina a diventare quella dei “tre anni“.
Un po’ perché l’abilità di Davide ha saputo opporsi alla forza bruta di Golia. E un po’ perché il Cremlino ha preso atto del fallimento del piano originale, accettando di giocare una lunga partita a scacchi, scommettendo sul fatto che, infine, vantaggio numerico e stazza maggiore faranno la loro parte.
Dalla Casa Bianca arrivano chiare indicazioni su un Putin indisponibile a negoziare la pace. La traduzione è la seguente: il presidente russo pensa ancora di poterla vincere, questa guerra.
Domanda: quanto la convinzione di Mosca rappresenta un problema? Risposta: fino al punto in cui l’Occidente comincia a credere che Putin abbia ragione, che il destino dell’Ucraina sia segnato sul lungo periodo.
Pare che lo scorso settembre, alla vigilia del viaggio a Washington, alcuni consiglieri abbiano suggerito a Zelensky di rimandare la sua visita, temendo un’atmosfera ostile. A Capitol Hill, là dove un anno prima gli erano state riservate 13 standing ovations ed un’accoglienza da star, adesso al presidente ucraino veniva nascosto pure il podio, negata la possibilità di parlare dinanzi al Parlamento riunito.
Nei colloqui a porte chiuse, persino i Democratici hanno grigliato Zelensky: “Se non vi diamo gli aiuti, che cosa succede?“. “Succede che perderemo“, la risposta del presidente ucraino.
Perché è di questo che si tratta: vittoria o sconfitta, sconfitta o vittoria. Ci sono sfide in cui non esiste il pareggio. Non con il nemico che controlla il tuo territorio, rapisce i tuoi bambini, uccide i tuoi soldati.
Ed è con questa consapevolezza che Zelensky oggi confida amaro: “Nessuno ci crede come me. Nessuno“.
Ha ragione.
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